Spesso erroneamente si da troppo valore alle plusvalenze, perché nel calcio di oggi sono diventate una scorciatoia per “misurare” se una società lavora bene. Ma fermarsi lì è un ragionamento miope. E nel caso del Pisa rischia pure di raccontare una storia falsa. Vediamo perché
Non sono moltissime le plusvalenze di peso realizzate dal Pisa in questi anni. Lucca è l’esempio più noto e ampio con un guadagno complessivo di oltre 10 milioni di euro ripartiti tra prestiti e cessioni definitive, così come Birindelli, ceduto a 1,5 milioni da prodotto del settore giovanile, oppure Gori, venduto a 3 milioni di euro dopo essere arrivato a parametro zero. Sono solo esempi, le operazioni più note, ma il calcio non è un’azienda che vive solo di compravendita. Una squadra sale di categoria e resta in alto soprattutto se costruisce valore sportivo stabile. E quello valore spesso non lo incassi in una riga di bilancio “vendite”, lo incassi anche in campo.
Il Pisa, negli anni della scalata dalla C alla A, ha avuto tanti giocatori che non sono diventati maxi-plusvalenze, ma hanno fatto una cosa altrettanto preziosa: sono rimasti, hanno dato continuità, identità, affidabilità. Marius Marin ha disputato oltre 260 partite in nerazzurro, Masucci oltre 200, Gucher 184, Caracciolo 177, Touré 141, Lisi 126, Beruatto 123, Nicolas 103, Marconi 102, Moreo 110, Canestrelli 111, Verna 113. Gli ultra centenari si sprecano e non sono neanche tutti quelli che il Pisa ha schierato negli ultimi anni. Quasi un record, mai così tanti dagli anni ’70 del secolo scorso. E a breve anche Arturo Calabresi si aggiungerà al club. C’è chi tra loro non ha generato plusvalenze, chi non le genererà mai o chi potrebbe ancora farlo, ma cosa più importante hanno tutti permesso di non ricominciare da zero ogni estate .
C’è un valore economico anche in questo. Un giocatore che resta due o tre anni e ti porta in B, poi ti tiene su, poi ti fa fare un ulteriore salto, ha generato valore in modo diverso: ha contribuito a premi, diritti tv, sponsor, presenze allo stadio, reputazione, crescita del brand. E soprattutto ha contribuito a far aumentare il valore complessivo del club. Se oggi il Pisa è in Serie A, non è perché ha fatto poche plusvalenze. È perché ha costruito una squadra e un percorso.
Anzi: spesso le plusvalenze “forzate” sono un boomerang. Se vendi sempre appena un giocatore esplode, perdi qualità, perdi leadership, perdi struttura. E finisci a inseguire. Va bene farle, ma non può essere l’unico obiettivo, né l’unico metro. Altrimenti diventi una società che campa di mercato e non di progetto.
Una società sana fa anche plusvalenze, quando ci sono le condizioni, ma non sacrifica tutto sull’altare della rivendita. Il Pisa, in questi anni, ha scelto spesso la strada della costruzione: investire su un blocco, farlo crescere, tenerlo insieme, aggiungere pezzi. È una logica che, alla fine, ha portato dove voleva arrivare. In futuro è possibile che questa strategia cambi, ma solo pochi anni fa Battini doveva crescere i giovani degli altri, oggi dal settore giovanile è arrivato anche Coppola. E anche mandare in prestito “asset” ha ripagato. Oltre ad avere in rosa tanti giocatori e quindi un valore umano e professionale spendibile, lo stesso Coppola è diventato un calciatore completo dopo l’esperienza alla Vis Pesaro, oppure Piccinini, dopo le due stagioni in prestito, ha poi compiuto un salto di qualità diventando un punto forte della rosa. Se oggi ci si limita a guardare solo la colonna “guadagni dalle cessioni” e dice “poche plusvalenze”, sta saltando la parte più importante.



