L’attore e padre di Arturo festeggia le 100 presenze nerazzurre del figlio: “Qui ha trovato serietà e appartenenza. E io mi ci sono legato”. Paolo Calabresi lo conoscono tutti per cinema e tv, ma in queste stagioni a Pisa è diventato anche una presenza familiare: spesso in tribuna, sempre vicino ad Arturo. L’occasione è speciale: 100 presenze in nerazzurro per il difensore, ormai colonna del gruppo e volto riconoscibile per i tifosi. Ne è uscita una chiacchierata piena di aneddoti, affetto e anche qualche risata, sul canale youtube di Michele Bufalino.

Paolo, partiamo dal motivo della chiamata: 100 presenze di Arturo nel Pisa. Che traguardo è?
“È una bella cosa. Lui è estremamente felice e noi siamo molto felici per lui. Anche perché è una lotta dura, molto dura, lo vedo, quella che lo aspetta adesso. Però ha trovato una situazione, una società che più seria non si può, in questi anni.”

Avete seguito Arturo in tante piazze. Cosa ha di diverso Pisa?
“Ha caratteristiche che non abbiamo trovato altrove. Almeno questo è quello che vediamo dai suoi occhi. Anche nei momenti difficili, per il lavoro che fa, a livello societario e personale, qui ha sempre avuto un altro sguardo rispetto a tante esperienze precedenti.”

Nel suo percorso ci sono anche Serie A e promozioni: Bologna, Cagliari, Lecce…
“Sì, e poi c’è anche una cosa che non bisognerebbe ricordare…”

Lo so già dove vuoi andare: Livorno.
“Eh, bisogna dirlo (scherza ndr): ha iniziato da Livorno. Però se n’è andato a Gennaio, quindi questo in qualche modo gli fa onore, possiamo dirlo.”

Tu intanto a Pisa ti vediamo spesso in tribuna. Ti sei legato alla città?
“Sì, è diversa ed è molto interessante. Ti dico anche con orgoglio una cosa: l’anno scorso, quando sono venuto allo stadio, il Pisa non ha mai perso. Quelle che ho visto mi pare ne abbia vinte 7 su 9… quest’anno non si è ripetuta la magia. Sono venuto tre volte, era difficile beccare quelle giuste. E non ho visto la vittoria con la Cremonese.”

E lì eri pure a teatro…
“Ero in scena. Il direttore di scena era napoletano: dalla quinta mi ha segnalato il gol di Touré e da quel momento lo spettacolo ha preso un altro ritmo, devo dire (ride ndr)”

Ti porto su una partita simbolo: Roma-Pisa, il ritorno in Serie A dopo 34 anni. Che emozione è stata?
“Ammazza, sì. Anche perché è la seconda volta che lo vedo giocare contro la Roma in diretta. La prima con il Lecce in Coppa Italia: fece pure il gol dell’1-0. ‘Sto maleducato (ride ndr). Poi la Roma vinse 2-1, quindi si rimise un po’ a posto. E in quell’occasione ci furono quattro minuti di VAR, una sofferenza…”

C’è un gesto che i tifosi ricordano.
“Sì, dopo il gol abbassò la testa e mise la mano sul cuore. L’ha fatto per il papà, state tranquilli. Adesso il suo cuore è solo per il Pisa, questo ve lo posso assicurare. Lo vedo: quanto ci sta dietro, quanto ci sta male quando le cose non vanno e come gli si illuminano gli occhi quando cominciano ad andare meglio.”

Torniamo all’inizio: perché Arturo ha voluto fare il calciatore?
“È strano come certe cose arrivino senza preavviso. Io ero un papà molto tifoso, quindi da piccolo veniva allo stadio con me, ma non più di questo. Poi ha cominciato come tutti. È il primo di quattro figli, noi non potevamo seguirlo sempre: lo portava agli allenamenti il nonno, al centro federale del CONI vicino casa.”

E tu quando hai capito che era “serio”?
“Una domenica mattina ero libero e andai a vederlo. Mi si avvicina un altro genitore, col dito puntato: ‘Tu sei il padre di Calabresi’. Io ho pensato: è successo qualcosa. Invece mi fa: ‘Guarda che tuo figlio è bravo’. Ma con un’aria quasi minacciosa. Il senso era: se è bravo, tu ci devi stare dietro. Quella cosa mi è rimasta impressa. E da lì abbiamo iniziato a seguirlo di più.”

Oggi però ti perdi poche partite, giusto?
“Ora no. Capita che andando in scena la sera non ci riesca. Ma confesso un segreto: durante la tournée di Perfetti sconosciuti avevo nascosto l’iPhone dietro una bottiglia d’olio in scena. Muto, ovviamente. E ogni tanto sbirciavo.”

Parliamo di Boris: Arturo è comparso anche lì. Com’è nata?
“L’ho obbligato, fondamentalmente.”

Obbligato davvero?
“Sì. Avevano scritto una scena: doveva arrivare Totti sul set e invece arrivava Sergio Brio. Mi inventai l’idea che Biascica obbliga il figlio a marinare la scuola per andare sul set, ‘esperienze formative’. E a quel punto dissi: facciamolo fare ad Arturo. Lui non ci teneva, pensava solo al calcio. E proprio perché non gliene fregava niente, secondo me ha reso benissimo: aveva quel distacco giusto.”

Un’altra storia pazzesca è quella di Nicolas Cage a San Siro…ma questa riguarda solo te
“Quella nasce molto prima di ciò che tutti ricordano. Io avevo chiesto i biglietti a nome suo, volevo solo vedere la partita in mezzo alla folla. Ma il Milan mise in moto una macchina mediatica incredibile annunciando ‘Cage allo stadio’. A quel punto o non andavo o andavo fingendomi Cage. Scelsi la seconda. E da quando lo disse la televisione… ero Cage per tutti.”

Torno su Arturo: un momento alto e uno basso della carriera, quali sono?
 “Il periodo più incredibile è stato Bologna: esordio in Serie A, quasi tutto il girone d’andata titolare. Poi cambio allenatore e non ha più visto il campo. Un concentrato di gioia e dolore. È un mestiere simile al mio: puoi salire in alto in fretta e cadere altrettanto in fretta. Lì aveva bisogno della famiglia. Siamo molto uniti. E imparare a risalire dopo un’ingiustizia sportiva è una lezione di vita.”

E Pisa invece?
“Pisa è stata una scelta molto consapevole fin dal primo momento. Ha voluto un posto dove mettere fondamenta più durature rispetto al passato. Ci è voluto tempo, come per tutte le cose, ma è stato bravo: è stata una scelta sua, lucida.”

Le 100 presenze oggi lo rendono quasi una bandiera. E i tifosi lo sentono.
“Sì. Me ne accorgo anche io: quando sono a Pisa mi fermano per strada e me lo dicono. Hanno percepito il suo senso di appartenenza alla squadra, alla società e alla tifoseria.”

Tu hai fatto un paragone tra calcio e recitazione: il gruppo.
“Esatto. Il rischio, per un calciatore, è pensare solo alla carriera personale. Invece Arturo è sempre stato prima per la squadra. Se non hai il senso del gruppo, questo lavoro perde un po’ di senso. È come in teatro o in un film: sei parte di un progetto comune. Ognuno con le sue responsabilità, ma l’obiettivo è uno.”

Grazie mille per la tua disponibilità
“Certo. Grazie a te e forza Pisa. Ho imparato a dirlo. E lo dico con lo stesso cuore con cui ho detto altre volte ‘forza’ qualcos’altro.”

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