A tu per tu con due delle più importanti tradizioni artistiche orientali

Immaginatevi un giapponese del XV secolo con indosso il tipico Kimono, l’abito tradizionale senza tasche ne orpelli. Dove avrebbero potuto mettere i propri averi, il tabacco o magari il the? Nascono così, per utilità, come la maggior parte delle invenzioni artistiche, i Netsuke, piccole sculture forate da due buchi per i quali passava un cordoncino in seta, destinate a fissare alla cintura del kimono la scatoletta delle medicine, l’astuccio della pipa tradizionale giapponese o qualunque altro oggetto di uso quotidiano.


All’inizio, i Netsuke venivano considerati semplici bottoni di avorio e metallo ma nel XVIII secolo si diffusero sempre più i Netsuke con figure tridimensionali. La crescente domanda di Netsuke con figure artistiche fu dovuta al fatto che i commercianti, dediti all’uso del tabacco, divennero la classe dominante agli inizi del Settecento. Durante il periodo Meiji (1867-1912) il Giappone aprì le porte all’occidente con il conseguente abbandono di alcune tradizioni quali lo stesso kimono. I Netsuke divennero praticamente inutili ma gli intagliatori di avorio non scomparirono, e cominciarono a lavorare soprattutto per il mercato estero; da quando il Giappone prese parte all’esposizione mondiale di Parigi del 1867 e di Vienna del 1873, le arti e i manufatti Giapponesi divennero moda, e anche i netsuke ricevettero grande attenzione.


Venerdì 3 Marzo avrete la possibilità di vedere alcuni Netsuke di collezione privata (Bresciani) al Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi. La visione dei Netsuke sarà accompagnata dalla lettura di Haiku,  componimenti poetici nati in Giappone nel XVII secolo, “generalmente composti da tre versi per complessive diciassette more (e non sillabe, come comunemente creduto), secondo lo schema 5/7/5” (Wikipedia).
Per la sua immediatezza e apparente semplicità, lo haiku fu per secoli una forma di poesia “popolare” trasversalmente diffusa tra tutte le classi sociali in contrasto alle costruzioni retoriche dei waka e solamente nel XVII secolo venne riconosciuto come una vera e propria forma d’arte. Lo haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e retorica, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura nelle diverse stagioni.

Fu un grande appassionato e compositore di haiku Jack Kerouac, ma anche in Italia, tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900, soprattutto per le vicende belliche che riguardavano il Giappone (che sconfisse prima la Cina e poi la Russia), si diffuse un certo interesse per la cultura giapponese.
Ne recepirono l’influenza autori come Gabriele D’Annunzio Giuseppe Ungaretti. La stessa Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo, per alcuni osservatori, sarebbe un esempio di Haiku.
Per conoscere meglio ciò di cui abbiamo parlato Venerdì 3 Marzo siete tutti invitati a partecipare allì’incontro “DI HAIKU E DI NETSUKE” con Edda Bresciani (Haijin), Franco Bonsignori e Irene Bonuccelli (Netsuke: collezione Bresciani Musiche: Franco Bonsignori e Carla Giometti Voce recitante: Marco Rossi Costumi: Fondazione Cerratelli).

Per saperne di più andate alla pagina dell’evento o su www.museodellagrafica.unipi.it

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Direttore responsabile di Sestaporta.news. Giornalista pubblicista ha lavorato dieci anni a PuntoRadio come redattrice e speaker. Collaboratrice per il quotidiano La Nazione, ha inoltre diretto l'ufficio stampa dei Comitati territoriale e regionale dell'ente di promozione sportiva Uisp.