Maikol Di Stefano racconta l’uomo dietro il dirigente: “A Civitanova faceva già tutto lui”. Intervista esclusiva a chi ha vissuto con lui i giorni della crisi: “Sapeva gestire gli uomini come pochi”. E quel paragone con Gattuso: “Stesso carisma nelle difficoltà”.
C’è un momento preciso in cui una carriera cambia rotta, un istante in cui il talento si stacca dal campo e si siede dietro una scrivania per guardare il calcio da un’altra prospettiva. Per Leonardo Gabbanini quel momento è stato il 2014, a Civitanova Marche. In una società travolta dai debiti e dalle incertezze, Gabbanini fu direttore d’orchestra, un motivatore e, di fatto, il primo dirigente di se stesso. Chi lo ha visto all’opera allora descrive un uomo capace di mettere “l’uomo davanti al professionista”. A raccontarcelo è Maikol Di Stefano, oggi giornalista e allora braccio destro comunicativo del nuovo direttore nei giorni in cui il “Gabba” capì che il suo futuro non era in panchina, ma nel costruire le squadre che avrebbero vinto in campo.
Ciao Maikol e grazie della disponibilità. Sono rimasto molto colpito da questo tuo articolo del 2014 (link qui). Che rapporti avevi con Leonardo Gabbanini ai tempi della Civitanovese?
“Guarda, ero l’addetto stampa della società ma, fondamentalmente, ero l’addetto stampa di Leonardo. In Serie D la comunicazione è spesso una vetrina gestita da pochi, e io seguivo tutto: il gruppo, il mister, la società. Quell’annata fu particolarissima. Civitanova aveva problemi societari enormi. Chi rimase fece quadrato per non far affondare la barca. Leonardo mi colpì subito: in quella situazione deficitaria faceva l’allenatore, il direttore, il gestore di uomini. Una capacità di leadership che raramente ho rivisto e che portò a una salvezza insperata sul campo”.
Partiamo della Serie D, una categoria dura. Avevi già intuito che la sua strada sarebbe stata un’altra?
“Si vedeva chiaramente. La sua filosofia settimanale, il modo in cui lavoravamo… pensa che già allora facevamo match analysis insieme, montavamo le clip video delle partite. Leonardo aveva una visione del calcio che nel 2014 era già attuale per il calcio di oggi. È un direttore che sta bene nel mondo del calcio, ma ha bisogno di realtà che lo mettano in grado di lavorare con serenità per dare il meglio”.
Mi viene in mente un paragone con l’anno di Gattuso al Pisa nel 2016: società disastrata e un leader che fa tutto. Ti sembra azzardato?
“No affatto, con le dovute proporzioni di categoria è un paragone giustissimo. Leonardo arrivò in corsa con una società per aria. Tutti pensavamo alla retrocessione, e invece lui portò la “cazzimma”. Gestì uomini che non prendevano lo stipendio, li convinse a non andare via. È stato un collante incredibile. Io stesso a volte dicevo: “Mister, non ce la faccio”, e lui mi fermava: “Stai calmo, ce la facciamo”. Ha messo un amore per la piazza che è stato subito ricambiato”.
È stato lì che secondo te ha deciso di cambiare mestiere?
“Lì ha preso consapevolezza. Ha capito che le sue doti dirigenziali potevano essere molto più proficue del pur ottimo lavoro da allenatore. Dopo quell’esperienza è tornato nei settori giovanili per studiare ancora, poi il salto nello scouting”.
Una carriera verticale: Udinese, Watford e poi il Tottenham. Come hai visto questa scalata?
“È stato un percorso coerente. Leonardo è sempre stato legato ai dati e allo studio. L’incontro con la famiglia Pozzo è stato il “click” fondamentale, la svolta che gli ha permesso di mostrare le sue capacità a livello internazionale. Ha avuto l’intelligenza di capire che fare un passo indietro dalla panchina non significava sminuirsi, ma valorizzarsi nel ruolo per cui era nato”.
Ti sei sentito con lui durante gli anni inglesi?
“Siamo rimasti sempre in contatto. Ci siamo sentiti molto quando ha preso l’abilitazione a Coverciano come Direttore Sportivo. L’ho anche aiutato con la tesi per quanto riguarda la ricerca delle fonti. Rileggendo i suoi lavori ho rivisto tutto il suo metodo: pianificazione, studio e idee chiare. Leonardo non va in un posto per vedere “come va a finire”, lui sa esattamente dove vuole arrivare”.
Veniamo al presente. Cosa deve aspettarsi il Pisa da lui? Può essere l’uomo della rinascita dopo un’annata amara?
“Ho seguito il Pisa da appassionato quest’anno e capisco il malcontento della tifoseria. Quello che posso dire è che Leonardo porterà serietà e dedizione. È il direttore giusto al momento giusto perché ha la capacità di far ritornare la “voglia di Pisa” ai pisani. Ha il tempo per preparare il prossimo campionato partendo in vantaggio, con una programmazione che oggi poche realtà possono vantare. È giovane, preparato e ha una voglia matta di far bene per questa piazza.”



