Una risposta. Di gioco, di testa e di gambe. Di cuore. Pisa-Atalanta finisce 1-1 come all’andata, ma stavolta la fotografia è diversa: all’Arena si è visto il miglior Pisa della stagione, per intensità e qualità, dentro un contesto che sembrava quasi impossibile da reggere. Dieci assenze, eppure la squadra di Gilardino, l’allenatore più sottovalutato della Serie A, ha messo alle corde l’Atalanta per lunghi tratti, costringendola a difendersi, a rinculare, a vivere di episodi. Se questo allenatore dovesse riuscire a salvare il Pisa, l’anno prossimo mi aspetto come minimo che gli sia offerta la panchina di un top club.
TATTICAMENTE PERFETTI – Fino al secondo tempo l’Atalanta non aveva praticamente tirato in porta, venendo clamorosamente ridotta al ruolo di comparsa. Per dire quanto il Pisa sia stato capace di tenere il campo, di sporcare le linee di passaggio e di impedire ai trequartisti di respirare. “In fase difensiva abbiamo concesso poco… stasera più di tante altre volte abbiamo lavorato in modo perfetto”, ha detto Gilardino. E non è una frase di circostanza: è la chiave della partita. Il Pisa ha difeso con ordine, ma soprattutto ha difeso attaccando. Con pressione intelligente, coraggio sulle seconde palle e una gestione del ritmo che ha sorpreso l’Atalanta.
LE SOLITE OCCASIONI SPRECATE – C’è da dire anche che il Pisa, come al solito, soffre del solito difetto, almeno nel primo tempo. Al 22’ Meister ha due palle enormi: la prima la trova davanti al portiere dopo un servizio di Aebischer, la seconda arriva pochi secondi dopo, ancora su un pallone lavorato dallo svizzero. Non la chiude. E in una partita così, contro un’avversaria così, la differenza sta spesso lì. Anche Aebischer porta dentro la qualità giusta, ma gli resta sul groppone un momento in cui avrebbe potuto essere più cattivo, più “egoista”, invece di scegliere la giocata di fino. Bastava una “puntata” ben assestata. L’Atalanta, in tutto questo, è quasi spettatrice. Un colpo di testa di Musah sul fondo è l’unico segnale di un primo tempo in cui il Pisa fa la partita e l’altra squadra prova a restare in piedi.
IL FILM GIA’ VISTO, IL VAR E LA SVOLTA – Nella ripresa, dopo altre grosse occasioni per i nerazzurri, succede quello che all’Arena si è già visto troppe volte quest’anno: l’episodio che gira dalla parte sbagliata. L’Atalanta alza il volume e Krstovic la spinge dentro in mischia, ma l’azione nasce con un contatto su Calabresi che, a rivederlo, sembra pesante. Non viene ravvisato. E soprattutto non arriva il richiamo del Var. Gilardino lo dice senza fare scenate, ma il concetto è chiarissimo: “Non mi arrabbio sull’episodio… quello che mi fa pensare è perché non venga richiamato al var. Questa è una disparità che si fa fatica a comprendere”. Ma questa è una delle stagioni con gli arbitri più scarsi di sempre. Ci possiamo far poco.

DUROGOL – Qui però c’è la parte bella. Perché il Pisa non si scompone. Non si spegne. Non si disunisce. Continua a spingere e trova il pareggio con l’uomo più atteso. L’ingresso di Durosinmi è una scossa emotiva e tecnica: presenza, fame, centimetri. E soprattutto un gol vero, da centravanti vero. Un colpo di testa in torsione, preciso, nell’angolino basso. Carnesecchi, che fino a quel momento era stato il migliore dell’Atalanta, non può farci nulla. Dopo la partita dirà “Dedico il gol alla squadra e a Dio”. E l’Arena lo capisce subito. Finalmente, lì davanti c’è un riferimento.
GLI ALTRI SINGOLI – Dietro Canestrelli è stato il perno: ha retto i duelli, ha sporcato tutto quello che poteva e ha tolto aria alla punta, costringendola spesso a giocare male e lontano dalla porta. Accanto, Coppola ha confermato la crescita, sembra un veterano nel corpo di un ragazzo. In mezzo Marin è stato il riferimento emotivo e tecnico. Basterà per toglierlo dal mercato? È il classico giocatore che non fa rumore, ma tiene insieme la squadra. Davanti Moreo ha fatto il solito lavoro pesante: appoggi, sponde, lotta continua e anche presenza in area. E poi Touré, che è stato il vero acceleratore. Difficile trovare, a parte Meister, una insufficienza.
IL PISA PUO’ SALVARSI – Se il Pisa è questo, può farcela. Ci può provare fino alla fine. Ha giocato, è caduto, ha reagito, ha spinto e ha rimesso a posto le cose con la giocata del centravanti. Il Pisa ha trovato un attaccante, ha ritrovato un gruppo. La cosa che convince del Pisa, più dei singoli, è l’identità. Gilardino sta provando a salvarsi giocando a calcio, non solo sopravvivendo. E già questo, per una neopromossa, è qualcosa di cui tenere conto. Il paradosso è che spesso il Pisa non parte “più forte” degli altri. Anzi, in certi reparti il livello medio può anche essere inferiore a quello di squadre più strutturate. Però la differenza la fa la mentalità con cui sta in campo: l’idea di non vergognarsi mai, di restare dentro la partita, di avere un piano anche quando le gambe non girano. Si vede una cosa semplice: il Pisa, anche quando perde, quasi sempre perde con dignità. Non va allo sbando, non smette di giocare, non si arrende al copione. Sta compatto, lavora, prova a costruire qualcosa. Gioca a calcio e ha un’identità, questo può differenziarlo nella lotta per non retrocedere. C’è chi si chiude, chi specula, chi vive di episodi. Ma il Pisa sta scegliendo un’altra strada: restare squadra, restare lucido, e dare un senso alle partite anche quando il risultato non arriva subito. Perché i punti, prima o poi, se continui a giocare così, li trovi.



