Dall’iniziale entusiasmo per una Serie A conquistata dopo 34 anni all’incubo di una lenta goccia che, come nella tortura cinese, se l’è portato via, lasciando spazio alla delusione e all’amarezza. Il Pisa doveva lottare fino all’ultima giornata per la salvezza, ma ha finito col retrocedere matematicamente con tre giornate d’anticipo, mentre il colpo del Ko era già arrivato già tra gennaio e febbraio. Tutto quello che si poteva sbagliare è stato sbagliato, dalle scelte del calciomercato sia invernale che estivo, passando per le tempistiche, la gestione dei momenti, ma anche limiti e passi indietro e, soprattutto, avere sottostimato la categoria e sopravvalutato diverse cose fin dalla fase di pianificazione. Ora non resta che leccarsi le ferite, con la società che dovrà ripartire con un nuovo progetto sportivo. Ecco l’analisi della stagione 2025/26, per un sogno che si è tramutato in un lento incedere verso la Serie B. A salvarsi è solo la parte societaria, tra progetti e investimenti. Nella speranza che questa stagione possa essere comunque preziosa per accumulare l’esperienza necessaria per ripresentarsi, in futuro, nel massimo campionato in modo diverso. Così perdere potrà essere anche un’occasione di crescita. A patto di ripartire tutti compatti.

DA MAGGIO A FINE GIUGNO: CAMBIO DELLA GUARDIA, ARRIVA GILARDINO – Il dolce risveglio della Serie A è stato subito interrotto, a maggio, dall’addio di Inzaghi. Evitando di affrontare nuovamente l’argomento che chiuse la stagione scorsa, ma di cui lascio la lettura dell’analisi di quel momento a questo link, dopo svariati contatti con Mario Frick, Fernando Gago e Demichelis, ma soprattutto con Matias Almeyda, che però scelse il Siviglia, la scelta ricadde su Alberto Gilardino, ufficializzato il 26 giugno. Alla presentazione, Gilardino parlò di continuità parziale con il lavoro precedente, rendendo omaggio al precedente tecnico ma chiarendo l’idea di costruire una propria identità. Nonostante un travagliato addio, il campionato aveva però buoni argomenti per gettare comunque le basi di un bel progetto con il nuovo allenatore Gilardino. Le cose però sono andate col tempo nella direzione opposta.

UNO STADIO RIMESSO A NORMA – Nel frattempo per tutta l’estate uno dei temi più importanti è stato quello della messa a norma dell’Arena Garibaldi, con l’ampliamento a circa 12500 spettatori, il lavoro dell’amministrazione comunale e della società nerazzurra, ma anche gli spagnoli di MolcaWorld. Alla fine, a poche ore dall’esordio casalingo contro la Roma l’Arena è tornata presentabile per la Serie A, con un futuro interesse della società a rilevarla per poi avvalersi della Legge Stadi ed effettuare un vero e proprio restyling definitivo. Un successo, comunque, dopo i tanti disagi vissuti negli anni precedenti. Una volta incassata comunque la sicurezza per la conclusione dei lavori, il Pisa ha anche avviato la consueta campagna estiva di abbonamenti in vista della nuova stagione.

LA CAMPAGNA ABBONAMENTI E I PREZZI TROPPO ALTI E IL MISTERO SUI NUMERI – La campagna però ha presentato subito un problema enorme con prezzi molto alti rispetto al resto della Serie A. Nel confronto con le altre piazze che ho realizzato nei mesi scorsi su Sestaporta, il Pisa risulta infatti tra le cinque società più care del campionato, dietro solo a Inter, Milan e Juventus. Molte squadre, comprese neopromosse o club di fascia media come Cagliari, Como, Cremonese, Genoa, Lecce, Torino, Udinese, Verona, Parma, Lazio e Roma, hanno infatti tariffe più basse nei settori popolari. Nelle curve si parte da 290-320 euro per i rinnovi e si arriva a 410-440 per i nuovi abbonati, con una differenza di 120 euro tra vecchi e nuovi che è tra le più alte del campionato. Fino ad arrivare a sfiorare i 2000 euro in tribuna superiore. Le criticità sono diverse: spariscono le agevolazioni family, la soglia per la tariffa over sale da 65 a 70 anni, con casi di aumenti molto forti, e il sovrapprezzo per la formula plus legata al ticketag viene giudicato eccessivo. Un altro enorme problema è il prezzario anche per i biglietti in tre fasce diverse, con gare di fascia bassa e media comunque su prezzi mediamente più alti rispetto ad altre piazze, mentre per le gare contro le big i numeri sono lievitati enormemente. Tra le critiche più importanti da fare in questo caso c’è soprattutto la mancata comunicazione sul numero degli abbonamenti, una piccola battaglia personale che ho portato avanti, fermandomi poi vista l’impossibilità, anche insieme gli altri colleghi, di fornire un numero definitivo. Ad oggi, a stagione finita, non sappiamo ancora il numero reale degli abbonamenti, che io stimo indicativamente tra i 5000 e i 6500 e non oltre, ma con dati puramente empirici. Giovanni Corrado, in veste di amministratore delegato, spiegò così il motivo: “La scelta iniziale era stata molto legata alla turnazione, avevamo bloccato al 50% della capienza residua. Abbiamo pensato poi che fosse meglio pacchettizzare perché se si hanno richieste che vanno oltre la capienza la soluzione migliore era contingentare l’accesso. I numeri non volevamo dirli perché potevano essere anche negativi e abbiamo dato poca disponibilità per le sottoscrizioni libere”.

IL CALCIOMERCATO PIU’ DIFFICILE DI SEMPRE, RIVELATOSI FALLIMENTARE – Tornando ad altri aspetti, più vicini al campo, in estate il Pisa aveva impostato un mercato che, almeno all’inizio, dava l’idea di avere un senso preciso, almeno nella volontà: giocatori esperti per affrontare la Serie A, giovani interessanti in ottica futura e qualche innesto di livello per aumentare la qualità complessiva. Per questo, a prima vista, il giudizio era stato positivo e fin troppo ottimistico da parte mia, dando un 7,5 in pagella. Poi però è arrivata la prova del campo, e il responso è stato disastroso. Tra calcatori finiti, gente che ha tradito le attese, un allenatore che ha finito per affidarsi al nucleo della stagione precedente, scarsa professionalità da parte di alcuni, una quantità di infortuni incredibile, troppe scelte sbagliate e uno scouting che ha fallito sotto ogni aspetto, le operazioni messe in piedi dal duo Giovanni Corrado e Davide Vaira non hanno passato la prova del campo. Degli undici giocatori acquistati per la prima squadra un solo calciatore si è perfettamente integrato con continuità nel gruppo, Michel Aebischer. Akinsanmiro, dopo un buon inizio, è sparito in Coppa d’Africa e non è tornato più lo stesso, Scuffet ha finito per fare la riserva di Semper, Nzola è stato un punto di riferimento parziale fin quando non è stato fatto fuori in seguito ai comportamenti dentro e fuori dal campo, mentre gli altri sono stati totalmente inutili. Lorran si è rivelato un cattivo giovane professionista, un po’ gestito male, ma soprattutto finito per diventare una macchietta da Tik Tok, Stengs è stato una scommessa persa, rompendosi fin dall’inizio e il cui infortunio ha pesato rovinando l’intera stagione al giocatore. Lo stesso è capitato a Vural (con due infortuni identici), a Lusuardi e a Denoon, ma anche a Cuadrado e Albiol, due ex calciatori sovrastimati dalla dirigenza che dovevano portare un altro tipo di contributo. Una critica, quella di questo mercato, che già era emersa nei mesi scorsi, in particolare prima de mercato invernale (Leggi qui). Così l’allenatore ha finito spesso per affidarsi soprattutto al nucleo della passata stagione, quello che gli ha garantito più certezze nel quotidiano. Il mercato ha purtroppo portato troppo poco, in estate, per essere sufficiente a rendere la squadra competitiva per la salvezza.

DIVERSI OBIETTIVI SFUMATI E IL MANCATO APPEAL – Diversi gli obiettivi sfumati in fase di trattativa, molti noti, molti altri non. Tanti giocatori hanno preferito altre piazze a quella di Pisa, evidentemente non pronta per la categoria. I più eclatanti sono i casi di Simeone, Zerbin, Troilo e Siebert. Il primo non è stato convinto e ha preferito accasarsi al Torino, al suo posto è arrivato Nzola. Stesso discorso per Zerbin, al posto del quale è arrivato Cuadrado, mentre nella ricerca di un giovane difensore internazionale il Pisa si è visto chiudere prima la porta all’arrivo di Siebert, poi ceduto al Lecce da parte del Fortuna Dusseldorf, poi beffare dal Parma per Troilo. Al posto di un giovane difensore è arrivato invece il 40enne Raul Albiol, dopo un vertice di mercato all’Hotel Principe di Piemonte in Versilia.

LA GRANDE ILLUSIONE E L’ESONERO DI GILARDINO – Il campionato del Pisa è già finito a dicembre, quando Gilardino ha inanellato due sconfitte di fila contro Parma e Lecce, due scontri diretti che hanno stroncato la corsa del Pisa verso la salvezza. La squadra, occorre ammetterlo, ha overperformato fino agli inizi di dicembre, salvo poi scricchiolare e infine a nuclearizzare a gennaio. Resta nella memoria il momento migliore del campionato. Il 25 novembre infatti, dopo uno sfortunato 2-2 con il Sassuolo, il Pisa ha eguagliato la seconda striscia più lunga di sempre in Serie A, con 6 risultati utili consecutivi. In quel momento vi era ancora la convinzione di poter riuscire a fare qualcosa di importante, l’illusione di essere nel pieno della lotta per la salvezza. Il 7 novembre era arrivata la prima vittoria contro la Cremonese, i nerazzurri avevano fatto una bellissima figura contro il Milan, andando vicini al successo a San Siro, impedito solo da un gol al 93′. Prima ancora l’esordio contro l’Atalanta in trasferta, 1-1. Insomma, qualche numero positivo il Pisa era riuscito a metterlo a frutto e l’idea era quella di poter riuscire a rimanere agganciati al treno salvezza fino all’ultimo. Invece fatali a Gilardino sono state fatali le due gare contro Inter e Sassuolo a Gennaio, con 9 reti subite in 2 partite di cui 6 contro i nerazzurri al Meazza, dopo un iniziale vantaggio di due reti che aveva illuso tutti. Arrivati a quel punto, forse sarebbe stato comunque meglio proseguire con Gilardino. Se l’esonero doveva arrivare, sarebbe stato più logico anticiparlo a dopo Lecce, invece di deciderlo alla fine del calciomercato di Gennaio.

L’ARRIVO DI HILJEMARK – Qui la proprietà ha deciso di esonerare il tecnico, puntando su un nome del tutto inconsistente, quello di Oscar Hiljeamrk, che aveva convinto più di tutti la proprietà col suo ottimismo, ma che, di fatto, non conosceva minimamente il calcio italiano e i giocatori che avrebbe allenato. Una scelta rivelatasi un requiem sulla stagione del Pisa. La storia dell’approdo in nerazzurro del tecnico è molto semplice, dopo un casting rapido. La società ha contattato Marco Giampaolo, Roberto D’Aversa e Davide Ballardini, mentre Luca D’Angelo è stato invocato da una parte della piazza ma non è mai stato interpellato. Saltate le piste italiane, il club ha scelto Oscar Hiljemark, tecnico svedese dell’Elfsborg, già cercato in estate. Decisivo anche il gradimento di Miguel Veloso e del patron Knaster, che invece non aveva trovato la quadra con Giampaolo. Hiljemark ha accettato subito, convinto dal progetto e dalla possibilità di provare a ridurre il distacco dalla salvezza. Ha firmato fino a Giugno 2027. L’analisi dell’allenatore la lascerò più avanti nell’articolo. In questa parte chiudo solo dicendo che, inizialmente, tutta Italia restò perplessa della scelta dello svedese.

IL CASO NZOLA – Prima del mercato di gennaio si è sviluppato anche un caso abbastanza paradossale, quello legato all’allontanamento di Mbala Nzola. La prima crepa risaliva alla sconfitta interna contro il Parma dell’8 dicembre. Il giocatore infatti, nel finale di gara, aveva scalciato un avversario e venne espulso, prendendosi tre giornate di squalifica e anticipando così la sua partenza per l’Africa dove era atteso per affrontare la competizione continentale con la maglia dell’Angola. L’avventura africana è stata però un disastro con l’eliminazione al primo turno e prestazioni di basso livello. Al suo rientro il giocatore non sembrava più lo stesso. Contro il Genoa al suo rientro, aveva giocato solo 18 minuti ma di bassa qualità. Aveva giocato invece l’intera partita contro il Como, sbagliando tutto lo sbagliabile. Rigore sbagliato, tre occasioni fallite in precedenza nel primo tempo, una più clamorosa dell’altra, compreso il tiraccio fuori misura quasi in rimessa laterale calciato da posizione centrale. Così, in conferenza stampa, Gilardino lo aveva scaricato: “Da Nzola ci aspettiamo di più, deve capire cosa vuole fare della sua vita calcistica. Valuteremo anche la sua posizione. Ho bisogno di gente collegata che voglia mettersi in discussione al 110%. Faremo quindi delle valutazioni con la società sul mercato. Vogliamo salvarci senza mollare un centimetro, quindi chi avrò a disposizione dovremo avere tutti la stessa idea”. Nel giro di poche ore la situazione divenne un caso. Fin quando il Pisa non prese la decisione di mettere fuori rosa il giocatore. Così presto il prestito venne interrotto con la Fiorentina e il calciatore, alla fine, andò al Sassuolo. Un altro caso di mala gestione in una stagione in cui niente è andato nel verso giusto.

IL CALCIOMERCATO DI GENNAIO – In realtà il calciomercato di Gennaio era stato tarato con Gilardino in panchina ed era nato dalla necessità di correggere una prima parte di stagione complicata, segnata dai limiti della campagna estiva, dagli infortuni e da una classifica che ha reso più difficile convincere giocatori importanti ad accettare la sfida salvezza. Il club aveva già individuato le priorità: un centrocampista, un attaccante e un sottopunta, con la scelta di guardare soprattutto all’estero. La posizione in classifica ha però pesato molto. Diversi profili hanno rifiutato o si sono tirati indietro, come Tsawa, Joao Pedro e Lorenzo Lucca. Alla fine il Pisa ha investito cifre molto alte, superiori a quelle dell’estate. Sono arrivati Durosinmi dal Viktoria Plzen, Bozhinov dall’Anversa, Loyola dall’Independiente e Stojilkovic dal Cracovia. Un mercato da oltre 20 milioni, che aveva portato la spesa stagionale intorno ai 35 milioni. Col successivo riscatto di Loyola poi la cifra è lievitata oltre 25 milioni. Durosinmi è stato il colpo più importante, pagato 10 milioni più bonus, ma è arrivato con tempi tecnici lunghi e non è stato subito pienamente utilizzabile fin da subito. Bozhinov ha aggiunto un’alternativa in difesa, Loyola aveva rappresentato un investimento oneroso e particolare nella struttura dell’operazione, mentre Stojilkovic è arrivato dopo i rifiuti di Joao Pedro e Lucca. Il Pisa ha fatto uno sforzo notevole per non lasciare nulla di intentato, ma a Gilardino sarebbero serviti giocatori più pronti e, soprattutto, che conoscessero la categoria. Ciò non è servito perché poi a beneficiarne è stato il tecnico Oscar Hiljemark che ha bruciato dopo un paio di partite Durosinmi, dopo Firenze ha lasciato in dietro sia Bozhinov che Iling-Junior e anche da Stojilkovic, dopo un’iniziale scelta dal punto di vista tattico, l’aveva relegato ad alternativa. Loyola invece è stato anche impiegato in ruoli non suoi, così è stato proprio il nuovo tecnico a bocciare il mercato invernale, finendo a un certo punto, in un paio di partite, a non prendere neanche in considerazione i nuovi arrivati.

I CASI TRAMONI E TOURE’ – Il caso Tramoni è stato uno dei passaggi più rumorosi del mercato di Gennaio. Il Palermo lo ha seguito a lungo, spinto anche dal gradimento di Filippo Inzaghi, ma per settimane la trattativa è stata più mediatica che reale. Il Pisa ha aperto solo in un secondo momento, davanti a un’offerta arrivata prima a 5 milioni con prestito e obbligo, poi a 6 milioni a titolo definitivo. Alla fine però club, giocatore e Gilardino hanno scelto di proseguire insieme, con la frase definitiva del tecnico: “Tramoni? Rimane, decisione sua, mia e del club”. Col senno di poi, il mancato incasso ha inciso, anche perché Tramoni è poi finito ai margini, almeno inizialmente, con Hiljemark. Un discorso simile vale per Touré, che avrebbe potuto portare altri 6 milioni con l’offerta del Wrexham, rifiutata dal giocatore. Anche lui, in seguito, è uscito dalle rotazioni. In quel momento trattenere entrambi poteva sembrare il segnale giusto alla piazza e alla squadra. A fine stagione, però, resta il dubbio: vendere Tramoni e Touré avrebbe portato circa 12 milioni nelle casse del club e forse evitato un cortocircuito gestionale. Su entrambi hanno inciso troppe valutazioni diverse: dirigenza, Gilardino e poi Hiljemark, con idee tecniche non sempre allineate. Col senno di poi è facile però criticare questa scelta, al tempo poteva avere però molto senso, con l’obiettivo come segnale alla piazza di tenerli entrambi per cercare di salvare la categoria. La parabola discendente di Tramoni però resta la grande delusione di questo campionato.

UN FILM CHE SI E’ RIPETUTO PIU’ VOLTE – Tra le cose più incredibili del campionato c’è un difetto ricorrente che i nerazzurri si sono portati dietro per tutto l’anno. Il Pisa ha giocato molte partite alla pari, spesso anche con buone prestazioni, ma ha perso lucidità nella ripresa o nei minuti finali. È successo già all’esordio all’Arena contro la Roma, poi nei pareggi sfumati con Milan e Sassuolo al 93’. Lo stesso copione si è ripetuto contro Inter e Juventus, con gare dignitose decise nella parte finale, e poi contro Lecce, Milan (al ritorno), Bologna e Torino. Tra gol subiti dopo l’ora di gioco, blackout conclusivi e occasioni non chiuse, i nerazzurri hanno lasciato per strada circa 11 punti, un’enormità. Un difetto mentale e di gestione che ha pesato sulla classifica e ha trasformato un campionato ancora giocabile in una rincorsa sempre più difficile, fino a quando non è divenuta impossibile da colmare. Nel finale addirittura la sconfitta contro Parma e poi ancora Lecce, a suggellare una stagione che è stato un interminabile “Giorno della marmotta”

I 63 INFORTUNI DEL PISA – Anche la sfortuna ha avuto il suo peso in un’annata così sciagurata. Il Pisa infatti ha chiuso la stagione con un dato enorme: 63 infortuni complessivi, un numero che ha condizionato in modo diretto il rendimento della squadra. Gli stop hanno colpito quasi tutti i reparti, spesso con ricadute e tempi lunghi: da Stengs, caso più grave, a Cuadrado (sparito a curarsi fuori Italia per due mesi), Albiol, Denoon, Vural e Lusuardi, fino alla lunga serie di problemi minori che ha tolto continuità al gruppo, per non parlare di Durosinmi e Tramoni nel finale di stagione. L’emergenza è diventata una costante, ha complicato le scelte degli allenatori e ha inciso anche sul mercato, costringendo la società a intervenire a Gennaio per allargare una rosa spesso ridotta all’osso. Non è stato l’unico motivo della stagione negativa, ma è stato uno dei fattori più pesanti e continui e nell’analisi va considerato.
TORTI ARBITRALI – La stagione ha avuto anche alcuni torti arbitrali nei confronti del Pisa che forse non spostano gli equilibri ma hanno contribuito, specialmente nel primo mese e mezzo di campionato, ad alzare i toni. Tre le partite che hanno forse avuto il maggiore impatto. La più evidente è stata Pisa-Fiorentina, divenuto anche un caso di studio (Leggi qui). Tanto da costringere il presidente del Pisa a dire la sua in un comunicato (link qui) contro il designatore arbitrale Rocchi. Contro il Napoli invece mancano addirittura due rigori in trasferta (link qui), in una delle partite più rocambolesche dell’anno terminata 3-2 per i partenopei. Discutibile anche l’arbitraggio di Milan-Pisa, con tanti episodi, di cui almeno un rete dei rossoneri da annullare (link qui). Due anche gli episodi in Pisa-Parma (link qui), con Calvarese che ne ha bocciato la direzione arbitrale. Il 25 aprile è anche arrivata la notizia di un avviso di garanzia per il designatore arbitrale Gianluca Rocchi, “Indagato per concorso in frode sportiva”. L’iscrizione, secondo quanto riporta l’agenzia Agi, si inserisce in un’indagine più ampia che punta a verificare se alcuni episodi arbitrali siano stati influenzati da interferenze esterne negli ultimi due campionati. Non riguarda strettamente il Pisa ma… Staremo a vedere.
LA COMUNICAZIONE – La comunicazione è stata un altro tema della stagione. Il Pisa aveva fatto un salto in avanti evidente, con un apparato più vicino agli standard della Serie A, nuove figure in società, una sala stampa rinnovata, i media day e un rapporto più aperto con tifosi e giornalisti. Anche sugli infortuni, almeno nella prima parte, c’era stata maggiore trasparenza. Quando però la stagione si è complicata, le informazioni ufficiali sono diventate più rare e i bollettini meno completi o assenti, anche se ciò non è dovuto alle figure professionali all’interno della società. Una strategia conservativa, anche comprensibile per cercare di tenere botta. Anche la minore presenza degli allenatori in conferenza stampa ha inciso sul rapporto con l’esterno. Il punto più critico è rimasto però quello degli abbonamenti: un dato mai reso noto per tutta la stagione.

HILJEMARK, TRA INESPERIENZA E PESANTI DIFETTI – I numeri dell’allenatore sono impietosi, Hiljemark ha vinto solo col Cagliari, ha pareggiato una partita e poi ha subito solo una lunga sequela di sconfitte, inanellando anche le due strisce negative peggiori della stagione. Alla base di tutto c’è l’errore sulla scelta stessa del tecnico. Un allenatore che la Serie A non l’aveva mai vista dalla panchina, che non aveva la più pallida idea di chi fossero i calciatori che aveva a disposizione. Che ha danneggiato anche gli investimenti fatti nel corso dell’inverno. Un allenatore straniero non dev’essere visto necessariamente come un male, ma un tecnico deve portare un bagaglio di esperienza, qualcosa di nuovo o quantomeno avere degli argomenti da dire. Se Fabregas è l’esempio più limpido di questo discorso a Como, per la Serie A, Hiljemark invece cosa ha portato al calcio italiano? Difensivismo spinto oltre ogni misura sopportabile. Nessun rischio, partite giocate dietro la linea della trequarti al solo scopo di difendere e ripartire. Una pallida imitazione del più bieco difensivismo e tatticismo. Al calcio italiano Hiljemark non ha portato niente, al Pisa ancora meno. Ha messo fuori ruolo tanti giocatori, li ha persi per strada lungo il cammino, finendo anche per escludere alcuni dei migliori giocatori della squadra, come Touré, tornato improvvisamente ai livelli di Aquilani, senza sapere come essere impiegato. Al posto di Hiljemark, se fosse stato esonerato, sarebbe stato già pronto Antonio Manicone a rilevarlo facendo da traghettatore. Ormai per questa stagione è tardi, ma per le ultimissime partite che restano l’auspicio è che il nuovo direttore sportivo Leonardo Gabbanini si renda conto anch’esso della pochezza di argomenti di questo tecnico che arriva dalla fredda Svezia, da un ottimismo talmente irreale da risultare fastidioso, offensivo, con dichiarazioni oltre l’umana comprensione, tanto da sperare a un certo punto che parlasse il meno possibile in conferenza stampa. Se si ripartirà da lui il rischio sarà quello di una partenza come nella stagione di Maran o peggio. L’obiettivo dovrà essere quello di prendere al suo posto un tecnico di esperienza comprovata per una categoria difficilissima come la Serie B. Non si può ripartire da un tecnico che fin dal primo giorno non si è mai schierato a difesa della squadra, ma che ha sempre criticato i propri giocatori fin dalla prima conferenza stampa post gara. Dichiarazioni a tratti irricevibili che hanno contribuito a renderlo irricevibile anche alla piazza.

LA VECCHIA GUARDIA – In mezzo a tante difficoltà vorrei farei un breve elogio della vecchia guardia, quella che ha tenuto in piedi il Pisa anche dentro una stagione durissima. Capitan Caracciolo, contro ogni pronostico, a 35 anni ha retto la Serie A con dignità, esperienza e senso di appartenenza. Calabresi è stato spesso monumentale, uno degli ultimi ad arrendersi assieme a Canestrelli, anche se i numeri della difesa restano purtroppo negativi. Moreo ha corso, lottato e sudato sette camicie, a volte anche quelle di compagni con meno fame, fino a diventare il miglior attaccante nerazzurro della stagione. Un riconoscimento va anche al professionismo di Marin, destinato a lasciare a fine stagione per andare in Spagna, a Siviglia, ma ormai entrato nella storia come il calciatore straniero più longevo del Pisa. E poi Touré, Angori, pur tra mille difficoltà, e tutti quelli che hanno onorato la maglia anche quando il campionato aveva preso una piega quasi impossibile. Dentro questo gruppo merita una citazione anche Aebischer. Non fa parte della vecchia guardia, ma il suo talento resta una risorsa da non disperdere. In Serie B, se messo nelle condizioni giuste, può diventare uno dei giocatori da cui ripartire
POCO ATTACCAMENTO ALLA MAGLIA E IMPEGNO: SI SCRIVE LORRAN, SI LEGGE CARABALLO – Dall’altra parte, però, ci sono state individualità che hanno deluso profondamente. Alcuni giocatori hanno dato la sensazione di non comprendere fino in fondo il privilegio e la responsabilità di vestire una maglia in Serie A. Il caso più evidente è stato Lorran. Una gestione tecnica probabilmente imperfetta, sia con Gilardino sia con Hiljemark, può avere inciso sul suo percorso, ma resta il tema dell’atteggiamento quotidiano: poco impegno in allenamento, poca continuità e una presenza social spesso più visibile del contributo in campo. Anche la pubblicazione non autorizzata di video interni allo staff, usati per mostrare qualche giocata da allenamento, ha lasciato una pessima impressione. E’ stato massacrato 44 anni fa Caraballo per molto meno. Accanto a lui, la grande delusione è stata Iling-Junior. Era arrivato come uno dei rinforzi più attesi, anche perché conosceva già il campionato italiano, questo inverno. Invece è scivolato progressivamente ai margini, fino all’esclusione per scarso impegno in allenamento, come dichiarato da Hiljemark. Poi è stato richiamato solo per necessità numeriche, senza mai lasciare davvero il segno. Critiche inevitabili anche per Meister, acquistato a titolo definitivo per 4 milioni dopo il prestito della stagione precedente. Ha mostrato struttura fisica, ma troppi limiti tecnici, tattici e caratteriali. L’episodio di Firenze resta simbolico: in un derby, dopo un contatto in area, non puoi rialzarti a testa bassa senza nemmeno provare a far sentire la tua voce, senza protestare platealmente per essere stato falciato. Molto negativa anche la mezza stagione di Nzola, già affrontata a parte, e quella di Akinsanmiro. Il centrocampista è sparito dopo la Coppa d’Africa e ha lasciato un segno negativo soprattutto nella gara contro l’Inter, proprio la sua società di appartenenza. Da lì è finito ai margini, con poche apparizioni e un impatto sempre più marginale. In una stagione così difficile, certi atteggiamenti hanno pesato quasi quanto gli errori tecnici.

SI SALVA LA PARTE SOCIETARIA E IL CENTRO SPORTIVO – Nel mezzo di una stagione difficile, uno dei segnali più forti è arrivato fuori dal campo. La posa della prima pietra del nuovo centro sportivo ha rappresentato un passaggio concreto, non solo simbolico. Un progetto da circa 40 milioni di euro, sostenuto anche dal sistema bancario locale per 12 milioni, che porterà a Pisa una struttura moderna, pensata per prima squadra e settore giovanile. L’intervento, affidato a Ing. Ferrari, ha tempi di circa 16 mesi per la realizzazione. Un investimento che guarda al lungo periodo e che segna un cambio di passo evidente rispetto al passato, mettendo le basi per una crescita strutturale del club. Lo seguirà lo stadio, lo seguiranno gli sponsor che hanno investito, specialmente Cetilar che nel Pisa si è legato indissolubilmente.

L’ESONERO DI VAIRA, LE DIVERGENZE E IL NUOVO DIRETTORE GABBANINI -L’esonero di Davide Vaira ha segnato uno dei passaggi più delicati del finale di stagione. Il direttore sportivo, arrivato nell’estate 2024 e protagonista anche della promozione in Serie A, ha pagato la crisi tecnica e le divergenze interne sulla gestione di Oscar Hiljemark. Secondo quanto emerso, Vaira avrebbe spinto per un cambio in panchina già dopo le ultime sconfitte, ritenendo ormai chiuso il ciclo dello svedese, mentre la proprietà ha scelto di difendere l’allenatore e arrivare fino al termine del campionato senza ulteriori scosse. Da qui si sarebbe creata una distanza sempre più ampia sulla lettura del progetto sportivo. La scelta aveva aperto inevitabilmente una riflessione sulla catena di comando e sui rapporti interni alla società, prima di risolversi. Una divergenza di vedute in un momento molto complesso. Vaira ha avuto responsabilità importanti nel mercato e nella costruzione della rosa, ma l’impressione è che abbia pagato anche colpe non soltanto sue. Ora il Pisa dovrà trasformare queste divergenze in una linea condivisa. La nuova fase, con Leonardo Gabbanini alla direzione tecnica, nasce proprio da qui: ricostruire una strategia sportiva chiara, decidere il futuro dell’allenatore, valutare la rosa e impostare una ripartenza che non potrà più permettersi ambiguità.
L’ANALISI PIU’ FACILE, MA ANCHE LA PIU’ DIFFICILE – L’analisi e il racconto di questa stagione sportiva è stata paradossalmente la più facile, ma anche la più difficile. Più facile perché gli errori commessi sono stati talmente evidenti da essere sotto gli occhi di tutti, ma anche difficile perché questo campionato, specie da febbraio in poi, è diventato un lungo strascico verso un’inevitabile retrocessione nella quale tutti, dai tifosi passando per gli addetti ai lavori, hanno finito per non vedere l’ora che la stagione finisse. E’ stato un anno che ha messo a dura prova rapporti, amicizie, che ha rischiato di creare una spaccatura non solo per la distanza che mi auspico possa essere colmata, ma anche all’interno di una parte della piazza. Da un lato una società che, giustamente, ha pensato anche e soprattutto al lato societario, spendendo tutte le risorse a disposizione e cercando di fare tutto il possibile per perseguire fino all’ultimo una salvezza divenuta a un certo punto prima difficile, poi improbabile, quindi impossibile, dall’altro lato la maggioranza del tifo che ha fatto di tutto per sostenere la squadra fino all’ultimo, rimandando fino alla fine inevitabili confronti, e in mezzo una minoranza, comunque rumorosa, rimasta profondamente ferita e delusa e che, seppur a volta con declinazioni troppo colorite sui social, si è comunque esasperata e che, su molte cose, ha alcuni argomenti che non possono essere ignorati. All’interno però di una parte molto delusa, con pieno titolo, vi è però anche un’ulteriore minoranza di una minoranza che da anni procede solo per antipatia. Una parte infinitesimale, minuscola, che ha finito per essere ossessionata da alcune figure all’interno del Pisa (specialmente di Giovanni Corrado), le stesse che in questi anni hanno prelevato il Pisa dallo sterco portandolo in Serie A. Spesso questo atteggiamento è sfociato in odio immeritato e immotivato che ha superato ogni confine, arrivando addirittura a perseguitare chi la pensa diversamente o anche ad autoalimentarsi con leggende metropolitane, e in taluni casi, manovrata consapevolmente o inconsapevolmente anche da oscuri interessi. Queste, fortunatamente, pochissime persone, in taluni casi pupazzi, hanno vissuto nove anni della loro vita sparando ripetutamente a zero. Questo è il loro momento, ma poi torneranno nuovamente nell’oblio.
GLI ERRORI NON CANCELLINO GLI ULTIMI 9 ANNI – Il Pisa oggi vive in un calcio completamente diverso rispetto a quello di Romeo Anconetani. Imparagonabile, ma certamente molto più fragile, più costoso e più spietato. In Toscana, e non solo, club storici sono spariti o hanno vissuto crisi profonde. Il Pisa, invece, dopo essere stato raccolto in una situazione complicatissima, è tornato in Serie A nel giro di nove anni. Questo non cancella gli errori. La società ha sbagliato, la stagione è stata dolorosa e le critiche sono legittime. I tifosi hanno tutto il diritto di essere arrabbiati. Però bisogna tenere insieme il giudizio sul campo e quello sulla struttura del club. Oggi il Pisa ha una proprietà stabile, investe, ha avviato i lavori per un centro sportivo e sta provando a costruire basi che guardano oltre il singolo campionato. Questo conta, soprattutto in un sistema calcistico dove la solidità non è mai scontata. La Serie B ci farà male. Ma va ricordato che nel 2019 il ritorno in quella categoria fu vissuto come una liberazione e portò la città in festa. Sei anni dopo, il punto di partenza è diverso. E proprio per questo il Pisa deve ripartire dagli errori, senza perdere di vista ciò che è stato costruito.
LA CONFERENZA STAMPA DI GIOVANNI CORRADO – Dopo la partita col Lecce, che ha sancito la retrocessione matematica in Serie B, Giovanni Corrado ha anche fatto la sua conferenza stampa nella quale ci ha messo la faccia (link qui). Diventano il punto centrale della stagione: al Pisa alla fine non è mancato solo un dettaglio, quello di cui lo stesso Corrado parlava mesi fa, è mancata proprio la Serie A e il mea culpa l’ho trovato molto azzeccato. Il gruppo ha lottato fino alla fine, ma è mancata la piena conoscenza del livello, delle sue richieste, dei suoi tempi, del suo mercato e della sua durezza. La retrocessione nasce da qui. Da una valutazione iniziale troppo ottimistica. Il Pisa ha pensato di poter portare in Serie A buona parte delle certezze costruite in B, aggiungendo giovani, profili internazionali e qualche giocatore d’esperienza. L’idea aveva una logica, ma il campo ha detto altro. La Serie A non ha aspettato nessuno. Ha presentato subito il conto. Corrado lo ammette quando parla di “errore di valutazione nelle necessità”. È probabilmente la frase più importante. La rosa aveva valori, ma non abbastanza categoria. Aveva prospettiva, ma non abbastanza prontezza. Aveva investimenti, ma non sempre funzionali. Soprattutto, non ha trovato il giusto equilibrio tra chi doveva garantire rendimento immediato e chi poteva crescere nel tempo. C’è poi il tema dell’appeal. Il Pisa, dopo anni da club forte e attrattivo in Serie B, si è ritrovato improvvisamente una matricola in Serie A. In B rappresentava spesso un punto d’arrivo. In A è diventato una neopromossa tra tante, con una classifica difficile e meno forza nelle trattative. Corrado lo dice chiaramente: “certi giocatori hanno preferito altre destinazioni”. Anche questo ha inciso. Il passaggio più duro riguarda la consapevolezza: “Oggi non retrocede una squadra di Serie A, ma una neopromossa dalla B che ha dimostrato di non essere da Serie A”. È una fotografia severa, ma onesta. Il Pisa ha avuto momenti, partite, occasioni. Però non ha mai trovato continuità. Ha sbagliato troppo nei momenti chiave, ha pagato inesperienza, gestione, mercato, infortuni e scelte tecniche. Corrado difende però la parte societaria. E qui il ragionamento va diviso. Sul campo il fallimento è evidente. Sul piano strutturale, invece, il Pisa resta dentro un percorso. La proprietà c’è, gli investimenti ci sono, il centro sportivo va avanti, la società non ha messo a rischio i conti per inseguire una salvezza disperata. È una linea discutibile sul piano emotivo, ma comprensibile su quello industriale. Il punto è capire se questa retrocessione diventerà esperienza o solo rimpianto. Corrado chiede di guardare “la foresta e non gli alberi”. Va bene. Ma dentro quella foresta ora servono scelte nette: direttore sportivo, allenatore, identità tecnica, mercato, rapporto con la piazza. La solidità societaria è un valore, ma da sola non basta a vincere le partite. La Serie B sarà il vero esame. Il Pisa non ripartirà da zero, ma nemmeno potrà far finta che questa stagione sia stata solo un incidente. È stata una lezione dura. Costosa. A tratti dolorosa. Se verrà capita fino in fondo, potrà diventare il punto da cui costruire un ritorno più maturo. Se verrà archiviata troppo in fretta, il rischio sarà quello di portarsi dietro gli stessi errori.
CONCLUSIONI – Inutile girarci intorno, questa Serie A è stata una Caporetto. Dopo il first step di Knaster il secondo passo si è schiantato contro il muro dell’inesperienza. Retrocedere era stato messo in conto, ma non in questo modo, con la quasi certezza che fosse finita con mesi d’anticipo. Una Serie A, dispiace dirlo, purtroppo sottostimata da proprietà e dirigenza. I numeri sono purtroppo deficitari. Nel momento della retrocessione matematica il Pisa è ultimo a 18 punti e sono arrivate 2 vittorie (contro Cremonese e Cagliari, 12 pareggi e 21 sconfitte, con 25 gol fatti, di cui solo 9 in casa e 63 subiti, la peggior difesa del campionato. Sì, il calcio industriale resta importante e siamo fortunati ad avere una società che ha già deciso di ripartire con nuovi progetti. Knaster e la famiglia Corrado restano la fortuna della Pisa sportiva, ma anche i risultati contano e quest’anno molti non vedevano l’ora che finisse questo campionato. Sicuramente il Pisa in Serie A ci è arrivato anche non pronto strutturalmente, fidandosi di qualche profilo sovrastimato. Sulla gestione sportiva è stato tutto sbagliato. In questo contesto si inseriscono anche le scelte dirigenziali, tra l’esonero di Vaira e l’arrivo di Gabbanini, segnali di una volontà di correggere la rotta dopo mesi complicati. Ma hanno sbagliato tutti, da Knaster a Corrado, passando per Vaira, Gilardino, Hiljemark e il gruppo squadra. La società resta l’unico vero punto fermo della stagione, tra investimenti, progettualità e l’avvio concreto del centro sportivo, simbolo di una visione che guarda oltre il risultato immediato. La fotografia complessiva è quella di un’annata in cui gli errori si sono sommati: mercato estivo non all’altezza, interventi invernali tardivi e poco incisivi, gestione tecnica confusa con il cambio in panchina, problemi ricorrenti nella tenuta mentale delle partite, un numero enorme di infortuni e una comunicazione che, nel momento più difficile, si è fatta più chiusa, salvo poi aprirsi alla fine con la conferenza stampa di Giovanni Corrado. Tutti elementi che hanno contribuito a trasformare una stagione nata con ambizioni di salvezza in una retrocessione arrivata con largo anticipo. Eppure, dentro questo quadro negativo, resta una base da cui ripartire. La solidità societaria, il lavoro sulle infrastrutture e una parte di gruppo che ha dimostrato attaccamento rappresentano fondamenta solide, gli investimenti sui giovani. Come anche i tifosi più intelligenti, una grande maggioranza che ha creduto in questo progetto e continuerà a farlo, ma che bisognerà aiutare il prossimo anno magari cambiando le politiche sui prezzi, visto che c’è chi ha pagato 1800 euro di abbonamento per vedere segnare in casa la miseria di 8 gol all’Arena. La Serie B sarà un passaggio obbligato, ma anche un banco di prova per dimostrare di aver imparato dagli errori. Perché questa stagione, per quanto amara, può avere un senso solo se diventa il nuovo punto di partenza per costruire qualcosa di ancora più solido e consapevole. Dove stringerci tutti sotto la bandiera che amiamo, quella del Pisa.



