Siamo arrivati all’ultima puntata di questa rubrica. Dopo aver raccontato di Sergio Bertoni, di Klaus Berggreen fino a Carlos Dunga, siamo anche passati attraverso la rivoluzione della match analysis da parte di Bacconi, poi Marco Tardelli e, la puntata precedente, anche dei Mondiali del Cholo Simeone. Oggi invece trattiamo di un re dei bomber europei. Alto, biondo, elegante e letale nel gioco aereo: quando Willem “Wim” Kieft sbarca a Pisa nell’estate del 1983, porta con sé un bagaglio pesante. Quel ragazzo olandese di ventun anni ha appena vinto la Scarpa d’Oro 1982, avendo segnato ben 32 reti in una sola stagione con la maglia dell’Ajax.
“Pennellone”. Il presidentissimo Romeo Anconetani, superando la concorrenza dei più grandi club europei (compreso il Real Madrid), compie il capolavoro: lo porta all’ombra della Torre per far coppia con Klaus Berggreen. Inizia così una storia intensa, fatta di fiammate d’autore, cadute, rinascite e un legame indissolubile con il popolo pisano. L’impatto con la Serie A italiana, all’epoca il campionato più difficile e difensivo del pianeta, non è semplice per il giovane tulipano. I tifosi lo ribattezzano affettuosamente “Il Pennellone” per la sua altezza e la sua andatura, ma all’inizio i gol faticano ad arrivare. «Per segnare il primo gol attesi gennaio», ricorderà lo stesso Kieft. Nonostante le sole 3 reti nell’anno del debutto che coincide con la retrocessione del Pisa, Kieft non scappa. Rimane in nerazzurro in Serie B, si sblocca psicologicamente e trascina la squadra alla cattedra della massima serie siglando 15 gol nel campionato 1984-85. In totale, nelle sue tre stagioni a Pisa, collezionerà 91 presenze e 25 reti, lasciando un ricordo fatto di fragilità umane ma di indiscutibile classe calcistica.
Re d’Europa nell’88 e il graffio a Italia ’90. Lasciata l’Italia, Kieft ritrova la sua dimensione devastante in patria, al PSV Eindhoven, dove vince la Coppa dei Campioni del 1988. In quell’estate magica, partecipa alla gloriosa spedizione dell’Olanda a Euro ’88. Pur partendo spesso dalla panchina (coperto da un mostro sacro come Marco van Basten), Kieft lascia un segno indelebile: segna di testa il gol decisivo contro l’Irlanda a otto minuti dalla fine, spingendo gli Oranje verso la semifinale e il successivo trionfo europeo. Due anni dopo, l’Olanda dei campioni si presenta ai Mondiali di Italia ’90 con enormi aspettative, ma il cammino nei gironi si rivela più tortuoso del previsto. È il 12 giugno 1990 e alla Favorita di Palermo si gioca Olanda-Egitto. La gara è bloccata, gli africani si difendono con le unghie. Al 58′, però, sale in cattedra l’istinto del killer d’area: sugli sviluppi di un’azione convulsa, la palla carambola dalle parti di Wim Kieft che, di rapina, la scaraventa in rete portando l’Olanda in vantaggio. La partita finirà poi 1-1 per un rigore concesso all’Egitto nel finale, ma quel gol rimarrà l’unico acuto mondiale di Kieft nella rassegna italiana, prima dell’eliminazione degli Oranje agli ottavi contro la Germania Ovest.
La caduta nei demoni e l’abbraccio dell’Associazione Cento. Finita la carriera agonistica nel 1994, per Wim si spengono i riflettori e si accendono i demoni personali. Per quasi vent’anni, l’ex Scarpa d’Oro combatte una silenziosa e drammatica battaglia contro la dipendenza da alcol e cocaina, un tunnel buio che deciderà di raccontare coraggiosamente solo anni dopo nella sua biografia shock. Ma il calcio, a volte, sa essere terapeutico, e la memoria storica sa curare le ferite. Nel giugno del 2017, un Kieft profondamente cambiato, pulito e rinato, compie un viaggio a ritroso nel tempo e torna a Pisa dopo 31 anni di assenza. Ad accoglierlo trova l’Associazione Cento (Pisa 1909 Football Museum), la custode dell’anima e della storia del club nerazzurro. In una stanza del Royal Victoria Hotel sui Lungarni, l’emozione è tangibile. Wim, visibilmente commosso, decide di fare un gesto straordinario: dona la sua preziosissima Scarpa d’Oro del 1982 all’Associazione Cento per il futuro museo del Pisa. «A Pisa mi avete sempre accolto bene, sono stato bene. Dopo sono andato via… dopo il calcio ho conosciuto la droga. Oggi sono di nuovo qui e dono questa scarpa perché so che qui mi avete sempre voluto bene. Spero che il futuro museo del Pisa veda presto la luce.» Il cerchio si chiude. Il “Pennellone” venuto dal Nord, che ha calcato i palcoscenici mondiali e sollevato trofei internazionali, ha scelto di lasciare il suo tesoro più grande proprio lì, a due passi dalla Torre, nelle mani di chi non lo ha mai dimenticato.



