Comincerei questa analisi da un aspetto che potrebbe sembrare secondario e non attinente alla partita. Ieri c’erano tanti padri con i loro figli, bambini che per la prima volta sono stati portati all’Arena. Un bel segnale perché il tifo ieri è stato molto maturo. Applausi fino all’ultimo minuto del match e i fischi, certamente meritati, solo a fine partita. Dal lato tecnico cosa dire, purtroppo il 2-1 finale non arriva al termine di una partita dominata dagli avversari dall’inizio alla fine. Arriva dopo una gara in cui il Pisa aveva trovato il vantaggio, aveva sfiorato il 2-0 sprecandolo con un errore da campetti di periferia, per poi dimostrare ancora una volta che per molti questa Serie A è una categoria troppo grande.
IL CANOVACCIO DEL MATCH E LA CONFERMA A TEMPO DI HILJEMARK – Rispetto ad altre partite il piano gara sembrava più attinente al match, anche se ancora una volta il tecnico ha rinunciato a una punta di ruolo, lasciandoci molte domande sui nuovi acquisti invernali, specialmente gli attaccanti. Così il tecnico sceglie ancora un Pisa leggero davanti, con Loyola, un po’ a sorpresa, e Tramoni alle spalle di Moreo, e costruisce una squadra pensata più per correre negli spazi e andare in transizione che per occupare stabilmente la metà campo avversaria. Il Genoa concede qualcosa e il Pisa, infatti, nei primi trenta minuti riesce a trovare proprio lì il suo terreno migliore. La gara si sviluppa sui contropiedi, sulle corse in campo aperto, sulle situazioni in cui i nerazzurri possono evitare di dover costruire troppo. È una partita che il Pisa, per i suoi limiti già noti da tempo, deve interpretare così. E in effetti fino al vantaggio di Canestrelli il piano regge. La squadra dà l’idea di essere dentro il match, trova anche buone letture in mezzo al campo e riesce a stare in equilibrio. E Hiljemark è sempre più appeso a un filo. Certamente non sarà lui l’allenatore dell’anno prossimo, ma sicuramente la società è già orientata a valutare tutte le opzioni sul piatto anche per le prossime partite. Col Lecce in panchina però dovrebbe esserci ancora lo svedese.

AKINSANMIRO – In questo quadro va segnalata anche la prova di Akinsanmiro, probabilmente una delle più convincenti da diverso tempo a questa parte. Per la prima volta dalla Coppa d’Africa. Uno dei pochi positivi. Più presente, più utile nelle due fasi, più dentro il ritmo della partita rispetto ad altre uscite recenti. Non basta, ma è uno dei pochi segnali apprezzabili dentro un pomeriggio che poi prende una piega diversa.
CORTOCIRCUITO IN CONTROPIEDE – L’episodio che più di ogni altro incide sull’economia della gara è il contropiede che il Pisa spreca dopo l’1-0. È lì che la partita cambia davvero. Perché il Genoa, fino a quel momento, aveva fatto vedere qualcosa ma non aveva ancora preso il controllo del match. Il Pisa invece aveva trovato il vantaggio e stava giocando esattamente la partita che voleva. In quella situazione i nerazzurri hanno tutto per colpire ancora, ma riescono a sbagliare sia il movimento sia la scelta finale. Tramoni si porta in una posizione di fuorigioco per tutta la corsa a fianco ad Angori, un errore quasi da dilettante, togliendo la possibilità ad Angori di servirlo e rovinando un’azione che sembrava quasi apparecchiata per il raddoppio. Poi Angori, che non è un finalizzatore, completa la doppia frittata calciando in bocca al portiere. Sono due errori dentro la stessa azione, ed entrambi gravissimi. In Serie A episodi così fanno la differenza. Se vai sul 2-0, probabilmente la partita prende una direzione completamente diversa. Se sbagli in quel modo, lasci aperta la porta all’avversario. Ed è proprio quello che succede.
IL PAREGGIO DEL GENOA – Dopo il contropiede fallito, il Pisa comincia a perdere consistenza. Si incrina, il Genoa alza il ritmo, trova più pulizia tecnica negli scambi e soprattutto dà la sensazione di saper leggere meglio i momenti della partita. Il pareggio nasce da un’azione rapida e ben costruita, ma arriva anche perché il Pisa in quel finale di primo tempo torna ad essere la squadra vista tante volte durante la stagione: vulnerabile, poco lucida, incapace di reggere l’urto quando l’inerzia si sposta. E questa è purtroppo la caratteristica più riconoscibile di questa squadra. Il Pisa, appena l’episodio gira dall’altra parte, fatica a restare dentro il match con maturità, è sempre stato così. In fondo è lo stesso copione già visto molte volte: quando c’è da gestire un momento favorevole, i nerazzurri non riescono quasi mai a farlo fino in fondo.
CANESTRELLI DA, CANESTRELLI TOGLIE – La gara di Canestrelli finisce per diventare il simbolo perfetto del pomeriggio nerazzurro. Da una parte il gol del vantaggio, il primo personale in Serie A, e una presenza importante sulle palle inattive. Dall’altra il tocco di mano che porta al rigore del 2-1 e consegna al Genoa il sorpasso. Dentro quella parabola c’è quasi tutta la partita del Pisa: il merito di aver trovato un episodio positivo, l’incapacità di trasformarlo in un punto di svolta, e infine l’errore che rimette tutto nelle mani dell’avversario. Sul rigore incide anche la severità dell’interpretazione moderna del fallo di mano, ma oggi il calcio va in quella direzione e il Pisa lo paga nel modo più doloroso. Non ci si può fare nulla. Vale per tutti.
CAMBI E CONFUSIONE – Dopo il rigore trasformato da Colombo, Hiljemark prova a cambiare tutto. Prima il 4-4-2, poi il 4-3-3, una serie di ingressi che nelle intenzioni dovrebbero dare più rilevanza dal punto di vista offensivo e più energia. Il problema, ancora una volta, è che dalla panchina non arriva una vera svolta. Meister come primo cambio racconta già qualcosa dello stato attuale delle gerarchie. Vural, al rientro dopo mesi, appare inevitabilmente fuori ritmo e finisce in difficoltà, umiliato e falciato dagli avversari. Cuadrado restituisce più nervosismo che concretezza. Nel complesso il Pisa cambia uomini e sistema, ma non cambia faccia. E la perde. È uno dei dati più preoccupanti di questa fase finale di stagione. Una squadra già fragile nell’undici iniziale non riesce a migliorarsi in corsa.



