Prima di consegnarlo alla gloria eterna, c’è un campione del Mondo che è passato dall’Arena Garibaldi. Si chiama Carlos Caetano Bledorn Verri, per tutti semplicemente Dunga. Prima di diventare il capitano di ferro del Brasile campione del mondo nel 1994, quel mediano tutto grinta e carattere ha indossato la maglia del Pisa. Un solo anno, una sola stagione (1987/88), sufficiente però a lasciare un segno indelebile nella storia nerazzurra.
L’INTUIZIONE DI ROMEO – Estate 1987. Il Pisa di Romeo Anconetani è appena tornato in Serie A e il Presidentissimo vuole regalare alla piazza colpi da novanta. In quel calcio in cui i posti per gli stranieri sono contatissimi, Romeo mette gli occhi su quel mediano brasiliano che ha appena vinto la Copa América, ma che non gioca col rimo compassato dei classici carioca. L’affare, in realtà, è un capolavoro di furbizia di mercato, come sapeva fare Romeo. Il cartellino di Dunga è infatti di proprietà della Fiorentina, che lo ha prelevato dal Vasco da Gama. I viola, però, hanno i posti per gli stranieri già occupati (da Diaz e Ramón) e non possono tesserarlo. È qui che si inserisce Anconetani: trova l’accordo con i dirigenti gigliati per un prestito annuale. Dunga sbarca a Pisa per farsi le ossa in Italia, ma l’Arena Garibaldi scoprirà presto di non aver preso un semplice debuttante, bensì un leader nato.
IL TRIONFO CON L’INTER – Il Pisa del tecnico Giuseppe Materazzi è una squadra di lottatori e Dunga ne diventa subito il motore e il polmone instancabile. Gioca una stagione sontuosa: 23 presenze e 2 reti in campionato, più una cavalcata trionfale in Coppa Mitropa. Il brasiliano ripulisce palloni, morde le caviglie degli avversari e imposta il gioco con una precisione chirurgica. Il punto più alto di quell’annata si consuma il 1′ Novembre 1987. All’Arena Garibaldi arriva l’Inter di Giovanni Trapattoni, di Walter Zenga. Il Pisa passa in vantaggio con un gol di Bernazzani finché non sale in cattedra Dunga. Prende palla sulla trequarti, alza la testa e scarica un destro terrificante da oltre trenta metri. Una traiettoria potente e precisa che fulmina Zenga sotto la traversa. L’Arena esplode. Finisce 2-1 per il Pisa, una vittoria storica che cementa la salvezza dei nerazzurri e consacra l’amore della tifoseria per quel brasiliano atipico.
L’ADDIO – A fine stagione, inevitabilmente, la Fiorentina lo richiama a Firenze, stavolta per tenerselo. Ci giocherà dal 1988 al 1992. Una vita. A Pisa resta il rimpianto di averlo visto per un solo anno, ma anche la consapevolezza di aver assistito all’alba di un campione. A Firenze Dunga diventa un idolo, prima di trasferirsi in Germania allo Stoccarda e poi in Giappone allo Júbilo Iwata, ma solo dopo i Mondiali del 1994. In patria, però, le cose non sono facili. Dopo il fallimento del Brasile ai Mondiali di Italia ’90, la stampa brasiliana conia il termine dispregiativo “Era Dunga” per descrivere un calcio privo di fantasia, brutto e troppo difensivista, identificando nel mediano il capro espiatorio di una nazione intera. Ma Dunga ha la pelle dura, la stessa forgiata nelle domeniche di battaglia in Serie A.
USA ’94 – Si arriva al Mondiale negli Stati Uniti. Dunga è titolare, è il Capitano e l’estensione in campo del CT Carlos Alberto Parreira. Quel Brasile non incanta per il futebol bailado, ma è solido, cinico, spietato. Esattamente come il suo leader. Il destino presenta il conto il 17 luglio 1994 al Rose Bowl di Pasadena. La finale è Italia-Brasile. Da una parte l’Italia di Arrigo Sacchi, stremata ma trascinata da un eroico Roberto Baggio; dall’altra il Brasile di Romario, Bebeto e Dunga. Dopo 120 minuti di sofferenza sullo 0-0, si va ai calci di rigore. La sequenza dei rigori diventa un dramma shakespeariano. Dunga si presenta sul dischetto per il rigore del Brasile: lo segna con freddezza, guardando fisso il portiere. Subito dopo, sul dischetto per l’Italia, va l’uomo del destino, Roberto Baggio. Deve segnare per rimanere in partita dopo gli errori di Baresi e Massaro, ma il Divin Codino calcia alto sopra la traversa. Il Brasile è Campione del Mondo per la quarta volta. Mentre l’Italia intera scoppia in lacrime davanti alla tv e Baggio rimane immobile col capo chino, Carlos Dunga solleva la Coppa del Mondo al cielo della California, urlando rabbia e gioia contro i suoi vecchi detrattori. Il cerchio si è chiuso.



