Dopo Pisa-Napoli diventa difficile persino parlare di calcio. Il risultato passa quasi in secondo piano davanti a un’atmosfera pesante, malinconica, arrabbiata. L’ultima all’Arena Garibaldi doveva almeno lasciare un segnale di dignità, un gesto verso una tifoseria che per mesi ha continuato a esserci nonostante tutto. Invece restano soltanto i fischi, la contestazione da parte di una matura Curva Nord e la sensazione di una stagione finita nel peggiore dei modi. Oltre alla cattiva gestione del caso Marin.


MARIN, NEANCHE UN MINUTO PER SALUTARCI – Voglio partire con l’analisi con la pessima gestione del caso Marin. Tra contestazione, silenzi e dichiarazioni che convincono poco, la mancata passerella di uno dei nostri simboli diventa l’ennesimo simbolo di un finale gestito male. Otto anni in nerazzurro, 268 partite con la maglia del Pisa. E neanche un’ultima passerella. E le parole di Oscar Hiljemark nel post partita hanno lasciato più dubbi che convinzioni. Dire che il romeno “non era pronto” e che inserirlo sarebbe stato “un contentino per i tifosi” suona stonato. Non solo perché Marin rappresenta uno dei simboli più importanti del Pisa degli ultimi anni, ma perché un giocatore che ha dato tutto per questi colori meritava rispetto diverso. Se davvero non era in condizione di giocare, allora perché portarlo in panchina nelle ultime due partite? Se invece poteva dare anche soltanto dieci minuti, allora negargli l’ultima passerella all’Arena appare come una scelta difficile da comprendere. Soprattutto in una partita che non aveva più nulla da dire dal punto di vista della classifica del Pisa. E poi diciamoci la verità, i ritmi di Pisa-Napoli erano da scapoli contro ammogliati.

L’immagine di Gabriele Masotti dopo Pisa-Napoli (Foto Masotti)

UNO SFOGO – Più che un’analisi tecnica, viene fuori uno sfogo. Perché questa squadra si è spenta da settimane. E non soltanto nei risultati. Si è spenta nell’anima, nell’atteggiamento, nella capacità di trasmettere qualcosa alla propria gente. La Curva Nord lo ha scritto chiaramente nel suo comunicato: non è la retrocessione il problema principale, ma il modo in cui è arrivata. E su questo è difficile darle torto. Tre giocatori, ovvero Calabresi, Caracciolo e Moreo. Poi il nulla. La desolazione. La sensazione è che negli ultimi mesi si sia creato un muro. Da una parte la squadra e l’allenatore, dall’altra una piazza che chiedeva almeno orgoglio e segnali emotivi. Nemmeno quelli sono arrivati. E allora resta soltanto la rabbia. Perché retrocedere può succedere. Ma chiudere così, lascia senza parole. Solo fischi.

HILJEMARK, FREDDO E OFFENSIVO – Giudico offensiva la conferenza stampa dell’allenatore nerazzurro nel post gara. L’ennesimo esempio, forse il più alto, di un allenatore che ha dimostrato di essere totalmente scollato dalla realtà. In una stagione già piena di errori scelte discutibili, questa comunicazione spesso confusa e distante, totalmente priva di sensibilità verso l’ambiente da parte di questo tecnico è “inaccettabile”. Hiljemark continua a parlare da “professionista”, ricordando il contratto di un altro anno, ma un allenatore vero ieri sarebbe venuto in sala stampa come ha fatto Spalletti dopo la sconfitta della Juventus. “Bisogna mettere in discussione me prima dei giocatori”, ha detto Spalletti. Una frase che riassume un concetto preciso, senza fronzoli. Invece Hiljemark è venuto e ha detto: “La squadra ha giocato con dignità rispetto alla settimana scorsa. Sono un professionista. Ho un contratto per un altro anno. Per questo penso al prossimo anno”. E se ancora non siete soddisfatti, ha dichiarato: “Non è il giorno per parlare di rimpianti”. A mia successiva domanda sul quando sarebbe stato il giorno, se non oggi… il tecnico ha risposto facendo spallucce con un sorriso beffardo e un bofonchiante “Bwoah”. Ma Hiljemark non è Kimi Raikkonen. Per non parlare della “scusa” sulle condizioni di Marin di cui ho parlato nel paragrafo apposito. Insomma, il modo peggiore di gestire una conferenza stampa. E non venitemi a dire che il motivo è la mancata comprensione della lingua, perché tutto ciò è semplicemente ridicolo. Per questo su Qui News Pisa ho dato per la prima volta uno 0 in pagella.

GLI STRISCIONI E I COMUNICATI DELLA CURVA NORD –  Più che la partita, di Pisa-Napoli resterà probabilmente il messaggio arrivato dalla Curva Nord Maurizio Alberti. Una contestazione chiarissima, ma soprattutto lucida. Matura. E in un calcio sempre più schiavo della pancia, degli insulti facili e delle guerre interne, non era scontato. Perché sarebbe stato semplice trasformare la giornata dell’ultima all’Arena Garibaldi in una resa dei conti totale. Sarebbe stato facile distruggere tutto, mettere tutti sullo stesso piano, cancellare anni di storia recente dentro la rabbia di una stagione disastrosa. Invece la Nord ha scelto un’altra strada. Ha contestato, sì. Ma con equilibrio. Con memoria. E soprattutto con coerenza. Lo striscione “Questa curva non retrocede” riassume perfettamente il senso di quello che si è visto e letto. Il comunicato distribuito durante la gara contro il Napoli è forse uno dei testi più lucidi letti negli ultimi anni attorno al Pisa. Dentro c’è tutto. La rabbia per le quattro trasferte aperte in una stagione intera, definita giustamente “uno sfregio alla città e alla tifoseria”. La rivendicazione di una coerenza mantenuta fino in fondo, senza compromessi e senza piegarsi per convenienza. Ma soprattutto c’è una frase centrale che spiega ogni cosa: “Non abbiamo chiesto la salvezza. Abbiamo chiesto di non fare figure di merda”. Ed è esattamente questo il punto. La Curva Nord ha capito perfettamente la differenza tra limiti tecnici e mancanza di dignità. Tra una retrocessione sportiva e una squadra che, nel finale di stagione, ha dato spesso l’impressione di essersi arresa. Non c’è stata la pretesa di miracoli impossibili. C’è stata invece la richiesta di vedere impegno, orgoglio e rispetto per una maglia e una città che hanno continuato a seguire il Pisa ovunque e comunque. Ed è difficile non condividere gran parte di ciò che è stato scritto. Anzi, personalmente sono anche contento di leggere nero su bianco molte riflessioni che nel corso dell’anno sono state portate avanti da me anche da queste colonne, spesso in solitudine o quasi. La critica ma allo stesso tempo il riconoscimento dei meriti storici della società senza per questo rinunciare al diritto di criticare una stagione sbagliata. Tutte cose dette, scritte e ribadite da me per mesi. A volte prendendomi anche attacchi gratuiti da quella solita minoranza rumorosa che vive di odio, personalismi che ha tentato di screditarmi. Quella che riduce ogni opinione a una guerra tra amici e nemici, incapace di distinguere una critica da un tradimento. Serviva maturità per contestare senza distruggere. Serviva intelligenza per separare gli errori di una stagione dai meriti di una proprietà che ha comunque riportato il Pisa dalla Serie C alla Serie A. Serviva equilibrio per dire chiaramente che la fiducia non è finita, ma che da ora in avanti “non faremo sconti”. E soprattutto serviva amore vero per continuare a cantare, seguire e difendere i colori nerazzurri dentro una stagione che avrebbe spinto tanti altri ambienti soltanto verso rabbia e disfattismo. Alla fine il messaggio più forte non è stato contro qualcuno. È stato a favore di Pisa. Ed è probabilmente la cosa più importante emersa in questa tristissima retrocessione.

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Michele Bufalino
Giornalista pubblicista pisano, nel 2009 ha scritto il libro ufficiale del Centenario del Pisa Calcio, il volume "Cento Pisa" per la CLD Libri. Nel 2010 ha portato alla luce lo scandalo delle bici truccate e collaborato con la giustizia italiana nell'inchiesta aperta dal PM Guariniello. Ha scritto "La Bici Dopata" suo terzo libro uscito ad Aprile 2011. Addetto stampa del CUS Pisa tra il 2013 e il 2015. Corrispondente da Pisa per Radio Sportiva. Conduce "Finestra sull'Arena", il talk show di Sestaporta TV in onda tutti i giovedì alle 21. Ex collaboratore de "La Nazione" di Pisa fino a marzo 2025. Scrivo anche per Qui News Pisa e collaboro con Punto Radio.