Sono nato nel 1987 e ho iniziato a seguire il Pisa Sporting Club quando ormai era appena fallito. Quando era ripartito dall’Eccellenza, dalla Serie D, dalla C2. Erano gli anni Novanta e il mio sogno da bambino era uno solo: vedere il Pisa in Serie A, per la prima volta nella mia vita. Oggi però non vi parlo del brutto campionato dei nerazzurri, ma dell’incredibile disorganizzazione a tutti i livelli del calcio italiano. Dopo averla vissuta sulla mia pelle per un anno intero posso dire che è stata una delusione cocente.

Nel frattempo sono passate epoche intere. Gli anni Novanta sono stati forse l’ultimo vero momento di dominio del calcio italiano. Le squadre italiane vincevano tutto. Le coppe europee sembravano quasi una proprietà privata. La Serie A era il centro del mondo. I campioni venivano qui, gli stadi erano pieni, il campionato era un punto di riferimento.

Poi sono arrivati gli anni Duemila. Per il Pisa grandi illusioni nelle categorie inferiori, rincorse, fallimenti, rinascite. Per il calcio italiano invece gli ultimi vagiti di un sistema che lentamente stava iniziando a crollare su sé stesso senza accorgersene.

Quando finalmente il Pisa è tornato in Serie A dopo 34 anni, immaginavo qualcosa di diverso. Pensavo di trovare il massimo livello del calcio italiano. Pensavo a un’organizzazione migliore, a un prodotto migliore, a una struttura moderna. E invece è stato un brusco ritorno alla realtà.

Non tanto per il campionato del Pisa. Il Pisa ha commesso errori, certo, ma non è questo il punto. La vera delusione è stata scoprire da vicino la mediocrità del sistema calcio italiano. Una mediocrità diffusa, che tocca tutto.

Perché se la Lega di Serie B riesce a essere organizzata meglio della Serie A qualcosa non torna. In Serie B esiste un rapporto continuo con gli organi di stampa. Le comunicazioni arrivano. C’è attenzione verso i territori, verso le società, verso chi racconta il campionato ogni settimana. Si percepisce almeno il tentativo di costruire qualcosa.

In Serie A invece sembra di assistere a una gigantesca improvvisazione. Rapporti quasi inesistenti con i vertici della Lega. Nessuna strategia comune. Nessuna vera collaborazione tra club. I neopromossi vengono lasciati soli, quasi fossero ospiti temporanei capitati per sbaglio nella festa dei grandi. Lo spettacolo sembra costruito soltanto attorno ai top club. Gli altri sopravvivono ai margini.

Lo abbiamo visto per tutta la stagione. Restrizioni continue per i tifosi. Trasferte vietate o limitate. Il Pisa è riuscito a fare appena poche trasferte libere su 19. Abbiamo visto situazioni grottesche, come quella della trasferta di Milano, quando neppure si capiva come gestire i tifosi che avevano già acquistato i biglietti.

E poi il caos totale delle ultime settimane. Il derby di Roma discusso, modificato fino all’ultimo momento perché coincideva con gli Internazionali d’Italia. Orari da decidere all’ultimo minuto mentre centinaia di migliaia di persone devono organizzare viaggi, alberghi, lavoro, spostamenti. E contemporaneamente il Pisa che ancora non conosce con precisione giorno e orario della partita contro il Napoli, con tifosi e addetti ai lavori appesi alle decisioni dell’ultimo momento.

Ma davvero questo sarebbe il grande calcio italiano? Un inglese, mi ha raccontato un collega giornalista, voleva venire a vedere Pisa-Napoli. È rimasto sconvolto dal livello di disorganizzazione generale. E la domanda viene spontanea: possibile che a Londra convivano tranquillamente dieci o undici squadre professionistiche di altissimo livello senza paralizzare la città, mentre a Roma diventa un problema gestire una partita di calcio e un torneo di tennis nello stesso giorno?

Siamo arrivati al punto in cui una Lega che non ha voluto piegarsi allo Stato, ha chiesto anche una mano al Tennis chiedendo di spostare gli orari del torneo (già noti da diversi mesi). Lo stesso sport ritenuto “dilettantistico” da Gravina, una sorta di contrappasso quasi poetico. Per ripicca poi è arrivato il ricorso al Tar quando lo Stato ha detto no e ha imposto di giocare di lunedì.

La verità è che il calcio italiano continua a vivere di rendita sul proprio passato. È una bellissima macchina d’epoca: il fascino resta, il rumore del motore emoziona ancora, ma il resto del mondo nel frattempo è andato avanti. E noi siamo rimasti indietro. All’estero gli stadi sono aziende aperte tutto l’anno. Gli orari si conoscono in anticipo da mesi. In Bundesliga, in questo caso, la precisione è Tedesca, nel vero senso della parola. In Italia spesso sono strutture comunali vecchie, lente, burocratiche. Costruire un nuovo impianto richiede anni di carte, autorizzazioni, ricorsi. Gli investitori si stancano prima ancora di iniziare. Una porcheria.

Modric imbrigliato dalla difesa nerazzurra (Foto Gabriele Masotti)

E infatti molti stadi italiani sembrano pensati più per controllare le persone che per accoglierle. Restrizioni, barriere, divieti, burocrazia. Mentre altrove il calcio è intrattenimento, esperienza, evento. Anche nella governance il sistema appare fermo. Troppi interessi diversi, troppi centri di potere, troppe lotte interne. In Premier League la lega vende un prodotto globale. In Italia spesso prevale il campanile. Ognuno pensa al proprio piccolo interesse mentre il valore complessivo del movimento continua a diminuire.

E intanto abbiamo preso il peggio dei modelli stranieri. Prezzi alti, abbonamenti costosi, biglietti sempre più cari. Però senza offrire gli stessi servizi, la stessa sicurezza, la stessa qualità dell’esperienza. Le famiglie si allontanano dagli stadi. I giovani guardano altro, anche altri sport. All’estero il calcio cresce come industria globale dell’intrattenimento. In Italia invece si continua a ragionare come vent’anni fa, forse addirittura come trent’anni fa.

Forse è proprio questo il punto più amaro per chi, come me, sognava la Serie A da bambino. Il problema non è certo la retrocessione del Pisa. Le retrocessioni fanno parte dello sport. Il problema è aver scoperto che il calcio italiano, oggi, assomiglia sempre di più a uno sport dilettantistico travestito da grande evento internazionale. E allora viene davvero il dubbio che, in Italia, ma andrebbe detto a Gravina, lo sport dilettantistico sia diventato proprio il calcio.

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Michele Bufalino
Giornalista pubblicista pisano, nel 2009 ha scritto il libro ufficiale del Centenario del Pisa Calcio, il volume "Cento Pisa" per la CLD Libri. Nel 2010 ha portato alla luce lo scandalo delle bici truccate e collaborato con la giustizia italiana nell'inchiesta aperta dal PM Guariniello. Ha scritto "La Bici Dopata" suo terzo libro uscito ad Aprile 2011. Addetto stampa del CUS Pisa tra il 2013 e il 2015. Corrispondente da Pisa per Radio Sportiva. Conduce "Finestra sull'Arena", il talk show di Sestaporta TV in onda tutti i giovedì alle 21. Ex collaboratore de "La Nazione" di Pisa fino a marzo 2025. Scrivo anche per Qui News Pisa e collaboro con Punto Radio.