A margine della conferenza stampa di presentazione di Aurora Catering, mi sono trattenuto col presidente Corrado a parlare del futuro del Pisa nel calcio italiano, che passa dalla consapevolezza della propria dimensione. Spendere senza limiti non basta: servono strutture, ricavi e crescita graduale, ma bisogna anche essere realisti. Pisa non sarà mai Milano.
RIFLESSIONI – Prima di lasciarvi a questo dialogo col presidente Corrado, vorrei però fare una riflessione io stesso e occorre essere onesti. Nel calcio Babbo Natale non esiste. È una frase dura, soprattutto per chi segue una squadra con passione e conserva il diritto di sognare. Ma è anche il punto dal quale partire per affrontare seriamente il futuro del Pisa. Sognare è giusto, ma non significa ignorare la realtà. Il problema nasce quando una società alimenta aspettative che non possono essere sostenute nel tempo. Se dall’alto viene raccontato che ogni traguardo è possibile soltanto aumentando gli investimenti, diventa poi difficile chiedere equilibrio ai tifosi davanti a una retrocessione, a una cessione o a una stagione complicata. Il Pisa in questi anni ha compiuto un salto evidente. Per gran parte degli ultimi trent’anni ha vissuto tra Serie C, fallimenti e ricostruzioni. Negli ultimi otto si è invece stabilizzato nel calcio nazionale che conta, disputando un campionato di Serie A. Un cambiamento profondo, che ha modificato anche la percezione della piazza. Questo, però, non cancella i limiti strutturali. Pisa non ha e non avrà mai il bacino di Milano, Roma, Napoli, Genova o Palermo. Non può contare su milioni di tifosi e neppure sui ricavi commerciali delle grandi aree metropolitane. Anche un proprietario molto ricco deve confrontarsi con questa realtà. Spendere 100 o 200 milioni in una stagione potrebbe alzare subito il livello della squadra. Non garantirebbe però la salvezza e, soprattutto, non renderebbe automaticamente più forte la società. Anzi, paradossalmente la indebolirebbe. Nel momento in cui il proprietario decidesse di non coprire più quelle perdite, il rischio sarebbe quello di lasciare il club con costi insostenibili e senza risorse proprie sufficienti. Cosa che, senza dubbio, sono pronto a scommetterlo, accadrà in futuro anche al Como, al Sassuolo e, se va avanti così Commisso, forse anche alla Fiorentina. È qui che torna la metafora di Babbo Natale. Non si può costruire il futuro aspettando ogni anno che qualcuno porti i regali. Il salto deve essere finanziato anche dalla crescita del Pisa: centro sportivo, stadio, settore giovanile, valorizzazione dei calciatori, sponsorizzazioni e nuovi ricavi. La vera ambizione non consiste nel promettere l’Europa. Consiste nell’alzare lentamente il posizionamento del club e nel consolidare ogni gradino raggiunto. Prima diventare una società forte di Serie B. Poi provare a essere una realtà capace di frequentare la Serie A. Soltanto dopo, e in presenza di condizioni favorevoli, può aprirsi uno spazio per qualcosa di diverso. Anche il mercato internazionale è cambiato. Una volta le società italiane potevano individuare due o tre giocatori all’estero e riuscire a prenderne almeno uno. Oggi sugli stessi profili lavorano club inglesi, spagnoli, belgi, tedeschi, norvegesi, statunitensi e asiatici. Il Pisa entra in una competizione nella quale molti avversari hanno ricavi, strutture e possibilità economiche superiori. Questo non significa rinunciare. Significa capire dove si è, prima di stabilire dove si vuole arrivare.
CORRADO E IL POSIZIONAMENTO DEL PISA – Su questo tema che vi ho introdotto ne ho discusso ieri col presidente Giuseppe Corrado, che ha indicato la necessità di trovare una dimensione sostenibile per il club. “Non dobbiamo dimenticare il posizionamento di una squadra. Il Pisa non potrà mai avere dieci milioni di tifosi, perché rappresenta una città di provincia. L’Europa può essere un sogno e, in una stagione particolare, tutto può accadere. Ma per arrivarci servono tanti anni di lavoro, un centro sportivo e giovani capaci di generare ricavi con i quali aumentare il livello della squadra. In caso contrario resta soltanto una strada: chiedere continuamente al proprietario di mettere altri soldi”. Corrado ha richiamato l’esempio di società capaci di costruire nel tempo una presenza stabile ai massimi livelli. “L’Udinese lavora da molti anni in Serie A attraverso un progetto, un centro sportivo e uno stadio. Non parte ogni stagione con l’ambizione di vincere lo scudetto. Ognuno deve trovare il proprio posizionamento. In Italia ci sono venti squadre in Serie A e venti in Serie B. Esistono città con 600mila o 900mila abitanti che oggi si trovano anche in Serie C, ma conservano potenzialità di bacino che Pisa non possiede. Pisa rimane Pisa: non può diventare improvvisamente Milano, Palermo, Genova o Bologna”. Il calcio nel quale il Pisa deve competere, secondo il presidente, non è più quello di trent’anni fa. “Prima il mercato era concentrato soprattutto tra Italia, Spagna e Inghilterra. Adesso comprano tutti: Belgio, Norvegia, società asiatiche e americane. Quando seguiamo un giocatore troviamo molte squadre che hanno una capacità economica superiore alla nostra. Anche club come Udinese ed Empoli fanno più fatica a ripetere ciò che riuscivano a fare in passato, perché la dimensione del calcio è cambiata”. Da qui il richiamo al percorso compiuto dalla società nerazzurra. “Per ventisei anni il posizionamento del Pisa è stato quello di una discreta squadra di Serie C, con alcune promozioni, retrocessioni e fallimenti. Da otto anni siamo tornati nel calcio di alto livello e abbiamo disputato anche la Serie A. Abbiamo alzato il posizionamento di un gradino. Non si può pensare di continuare a salire senza consolidare ciò che è stato costruito”.
IL RISCHIO DI FARE PROMESSE NON MANTENUTE – Con Corrado abbiamo anche affrontato il rapporto tra obiettivi dichiarati e aspettative della piazza. “Quando una proprietà arriva e annuncia che il passo successivo sarà l’Europa, senza avere alle spalle un percorso adeguato, finisce soltanto per alimentare la folla. La vera garanzia arriva da una società con un progetto serio. Chi investe nel calcio crede in ciò che sta facendo e punta al risultato, ma deve farlo all’interno di un percorso sostenibile”. Il presidente ha allargato il discorso al valore del territorio e alla costruzione di una società capace di reggersi attraverso tutte le sue componenti. “Quello che il territorio non offre può essere compensato dalle idee e dalla capacità di trovare soluzioni. Però è inutile alzare le attese senza motivo. Noi paghiamo ancora alcuni limiti e dovremo realizzare lo stadio. Una società forte non è composta soltanto dalla proprietà, dagli sponsor, dalla squadra e dai giocatori. Servono anche i media, i tifosi e tutto l’ambiente. La forza arriva quando queste componenti riescono a integrarsi”. Il Pisa insomma può continuare a crescere e può anche coltivare sogni importanti. Ma deve farlo senza confondere il sogno con una promessa. Perché il futuro del club non può dipendere dai regali trovati ogni anno sotto l’albero. Deve poggiare su ciò che il Pisa sarà riuscito a costruire giorno dopo giorno. E forse, non potrà mai andare oltre certi limiti.


