L’intervista di Knaster di ieri su Sky conferma una volta di più che il Pisa oggi ha una proprietà solida, strutturata e con una visione. Negli ultimi quarant’anni è praticamente impossibile risalire a una fase simile, per capacità di investimento, continuità e progettualità. È vero, il patron, così come il presidente in passato, parla spesso una lingua apparentemente diversa rispetto a quella del tifoso, ma proprio per questo le sue parole vanno lette fino in fondo, per provare a ridurre la distanza creatasi da questo momento negativo sul campo. Perché il punto, oggi, è far incontrare la visione della società e il sentimento della piazza, superando una volta per tutte certi riflessi provinciali.

I CONCETTI DI KNASTER – Knaster ha sempre parlato di concetti difficili, nelle poche volte in cui ha parlato alla piazza. Si è sempre presentato in maniera pragmatica, senza prendere per la gola il tifoso. Non ci ha mai venduto sogni, ma ha sempre insistito, così come il presidente Giuseppe Corrado, su infrastrutture, centro sportivo, organizzazione. Insomma, basi concrete. È esattamente quello che storicamente è mancato a Pisa, dove spesso si è vissuto alla giornata. Qui invece c’è un’idea precisa di crescita.

IL MISMATCH – Talvolta si è venuto a creare una mismatch tra il tifoso medio o il tifoso più provinciale rispetto invece a chi magari è già abituato a sentire questi concetti nelle grandi piazze. Con la sensazione di parlare  due lingue diverse: quella del tifoso, fatta di emozione e risultati, e quella della proprietà, fatta di investimenti e strategia. Capisco cosa voglia il pubblico, specie quello più soggetto alle tempeste emozionali del campo, ma occorre sforzarsi tutti da un lato di capire le parole del patron inserite nel contesto pisano.

LA LINGUA DEL TIFOSO CONTRAPPOSTA A KNASTER – Probabilmente taluni possono non digerire la mancanza di parole strettamente sul piano sportivo. Come detto Knaster parla molto di investimento, strutture, metodo, infrastrutture, management, ma molto poco di ambizione, obiettivi, rabbia per i risultati, voglia di rilancio. Knaster è un proprietario investitore e i dirigenti sono una diretta emanazione di questa visione che è in netta contrapposizione con quella di un presidente-passionale del fu Romeo anconetani. Frasi come “investire”, “strategia a lungo termine”, “approccio metodico”, “si può comprare un club con relativamente pochi soldi” possono suonare fredde o impersonali. Per chi vive il Pisa di pancia, il rischio è percepire un linguaggio troppo finanziario. Ma proprio questo può essere il salto di qualità. Uscire da una dimensione più provinciale significa anche accettare un modo diverso di costruire il calcio, meno legato all’immediato e più alla sostenibilità. Non sono concetti che scopriamo oggi, per tanto tempo il presidente Corrado ci ha parlato del calcio industriale. E, anche se qualcuno in città non ci stava pensando, Knaster va addirittura oltre. E’ facile dunque capire perché lui e Corrado si siano trovati e abbiano deciso di lavorare insieme. Perché la visione della famiglia Corrado è stata giudicata da Knaster come una mosca bianca in un contesto italiano, da qui la frase “in Italia il calcio è mal gestito”.

IL MOMENTO DELLA SQUADRA – Un altro aspetto è anche il non aver affrontato direttamente il momento della squadra. Quando dice che “i risultati non si possono pianificare”, da un lato è vero, ma dall’altro un tifoso può leggerla come una presa di distanza, anche irritare qualcuno. Probabilmente in questo caso Knaster vuole invece attendere il momento giusto, o ancora lasciare ai dirigenti il compito di parlare della parte sportiva, ripartendo i ruoli. Non sta a Knaster parlare dei risultati della squadra, ci sono personel demandate a farlo e questo va in una direzione più americana. Ma non solo. Quante volte avete sentito parlare gli Hartono a Como? Oppure la proprietà dell’Inter, del Genoa? E se allarghiamo il concetto alle franchigie americane dell’Nba, per fare un esempio, quante volte avete sentito i vertici delle società parlare direttamente? E’ molto più facile che a parlare degli aspetti sportivi siano le persone demandate a questo.

L’IMPORTANZA DI CONTESTUALIZZARE PRESENTE E FUTURO – Anche il passaggio sul messaggio ai tifosi va contestualizzato. “Restate con noi e godetevi ogni partita” è una frase elegante, ma se la squadra sta deludendo, a qualcuno può sembrare quasi fuori tono. A ben vedere però quando dice che i risultati non si possono pianificare, non si sta tirando indietro, ma evita illusioni. Illusioni alle quali invece siamo stati abituati nel passato. È un approccio più realistico rispetto a tante gestioni del passato, dove magari si prometteva molto senza avere basi solide. C’è anche un elemento di percezione generale: Knaster sembra parlare tanto del futuro e poco del presente. Centro sportivo, infrastrutture, visione. Ma chi soffre oggi per il rendimento della squadra può viverla così: mentre noi guardiamo la classifica, lui guarda il progetto. C’è un segnale forte: la volontà di continuare a investire. Non è scontato. In un contesto come quello italiano, dove molte società faticano o spariscono, avere una proprietà che ribadisce entusiasmo e disponibilità è un valore enorme. Non dimentichiamo che nell’intervista Knaster fa proprio questo, emozionarsi (se avete dubbi guardate la foto di copertina) e anche se sembra fuori luogo dire “restate con noi e godetevi ogni partita”, in realtà ci sta dicendo di goderci il viaggio. Anche nella sconfitta.

RAZIONALITA’ O EMOTIVITA? FACCIAMO UN SALTO DI QUALITA’ – Forse per una parte del tifo questa rischia di essere una intervista molto razionale invece che emotiva, aziendale invece che calcistica, proiettata sul lungo periodo invece che sul problema attuale. Ma è necessario scindere l’investitore dalla parte sportiva. Questa società dà stabilità, investe davvero, ragiona in grande e ha un progetto credibile. Il nodo è capire che il Pisa, per crescere davvero, ha bisogno di tutte le visioni, di evolvere. Ha bisogno della passione, della pressione e anche della sofferenza del tifoso, certamente, ma oggi ha bisogno specialmente della lucidità, della struttura e della prospettiva di una società che ragiona in grande. Knaster forse non usa le parole che una parte della tifoseria vorrebbe sentire, ma questo non significa che il suo messaggio sia vuoto o distante. Significa semmai che c’è ancora un lavoro da fare per venirsi incontro. La piazza deve provare a leggere questa proprietà per quello che è, cioè la migliore occasione capitata al Pisa negli ultimi decenni, al netto di annate storte come questa. La società, allo stesso tempo, dovrà in futuro analizzare cosa non è andato quest’anno per continuare quel processo che la potrà portare sempre di più ad entrare nella sensibilità del suo popolo. Solo così si può parlare davvero la stessa lingua. Ed è da lì che passa il salto di qualità più importante: non solo sul campo, ma nella maturità complessiva dell’ambiente Pisa tutto.

AGGIORNAMENTO DEL 19 APRILE

Si rende necessario effettuare alcune precisazioni in seguito ad alcuni fraintendimenti su un mio concetto espresso nell’articolo di commento a Knaster, in particolare quando parlo di “superare il provincialismo”. Mi sia consentita una precisazione perché mi pare sia stato stravolto il pensiero e l’intento.
Il provincialismo io lo intendo principalmente come la difficoltà di una parte dell’ambiente ad accettare fino in fondo un calcio che oggi si presenta con parole, metodi e priorità diverse da quelle a cui Pisa è stata abituata per anni. Il cosiddetto calcio definito “industriale”. Sicuramente il motivo è che per il provinciale (che ripeto, non è necessariamente un male, né una bestemmia, visto che Pisa è una realtà di provincia) al primo posto ci sono identità, orgoglio, senso di appartenenza e una richiesta forte di riconoscersi nel club anche sul piano umano e comunicativo. Per questo è utile chiarire subito il senso del termine. La mia intenzione, come leggo da molti, non è stata quella di dare dei piccoli, dei chiusi o dei retrogradi ai tifosi pisani. Il mio intento era di descrivere un atteggiamento che può nascere in una piazza molto identitaria, quando ciò che appare distante dalla propria cultura calcistica viene accolto con diffidenza oppure rifiutato in blocco.
Pisa, lo sappiamo, vive il calcio in modo intenso. E’ sempre stato questo il nostro pregio. La squadra rappresenta la città, la sua storia, il suo carattere, le sue ferite e il suo orgoglio. In un contesto così, il tifoso tende a cercare parole che parlino di ambizione, riscatto, rabbia, appartenenza, voglia di reagire. Quando invece dalla proprietà arrivano soprattutto concetti come investimento, strutture, organizzazione, infrastrutture, strategia e lungo periodo, una parte della piazza può sentirsi meno rappresentata. La distanza è sempre nata lì. Non per mancanza di attaccamento, semmai per eccesso di attaccamento. Chi vive il Pisa di pancia vuole sentire che anche dall’alto si parli quella lingua.
Il punto centrale sta proprio qui. Una proprietà come quella Knaster ragiona con categorie moderne, internazionali, manageriali. Parla di sostenibilità, di basi solide, di crescita costruita nel tempo. È un approccio che nel calcio di oggi ha un senso preciso, soprattutto in una realtà che per decenni ha pagato l’assenza di continuità e di strutture. Io ci vedo un valore, per molti però quel valore perde di senso quando in una stagione come questa non arrivano i risultati. E sinceramente a mio avviso lo trovo un errore. Sì, indubbiamente tocca meno le corde emotive della piazza. Da qui nasce il provincialismo di cui si discute: la tendenza a guardare con sospetto ciò che non rientra nei codici abituali del tifo e del racconto calcistico cittadino.
Però attenzione, serve anche un’altra precisazione. Il provincialismo non coincide con la passione. La passione è una risorsa, spesso è la forza migliore di una piazza come Pisa. Il provincialismo emerge quando quella stessa passione porta a respingere, o a leggere male, tutto ciò che ha un tono diverso dal proprio. Succede quando il linguaggio dell’investitore viene interpretato come distanza emotiva. Succede quando la programmazione viene percepita come freddezza. Succede quando il lungo periodo sembra quasi una fuga dal presente. È una reazione comprensibile, specie in una stagione difficile, ma resta un limite se impedisce di riconoscere il valore di una visione più ampia.
Per questo parlare di provincialismo può avere un senso, a patto di farlo con precisione. La tifoseria pisana resta una delle componenti più vive e consapevoli dell’ambiente. Il Pisa di oggi prova a crescere in un calcio diverso da quello di un tempo. Ha una proprietà che investe, una struttura societaria più definita, progetti infrastrutturali importantissimi e una visione che va oltre il risultato della domenica. Tutto questo chiede anche all’ambiente uno scatto in avanti. Chiede di tenere insieme sentimento e lucidità, appartenenza e capacità di leggere il contesto. Tutto qui. Mi rendo conto che siano concetti difficili. Ecco cosa significa superare il provincialismo. Poi è chiaro che si debba cercare di incontrare queste due culture diverse, perché il rapporto tra società e piazza resta decisivo. Il salto di qualità vero nasce lì, nell’incontro tra chi porta il peso emotivo della storia e chi ha gli strumenti per costruire il futuro.

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Michele Bufalino
Giornalista pubblicista pisano, nel 2009 ha scritto il libro ufficiale del Centenario del Pisa Calcio, il volume "Cento Pisa" per la CLD Libri. Nel 2010 ha portato alla luce lo scandalo delle bici truccate e collaborato con la giustizia italiana nell'inchiesta aperta dal PM Guariniello. Ha scritto "La Bici Dopata" suo terzo libro uscito ad Aprile 2011. Addetto stampa del CUS Pisa tra il 2013 e il 2015. Corrispondente da Pisa per Radio Sportiva. Conduce "Finestra sull'Arena", il talk show di Sestaporta TV in onda tutti i giovedì alle 21. Ex collaboratore de "La Nazione" di Pisa fino a marzo 2025. Scrivo anche per Qui News Pisa e collaboro con Punto Radio.