Bologna, Udine, Genoa e Milano contro l’Inter. Poi il vuoto. Per i tifosi del Pisa la stagione 2025-2026, quella che doveva essere il glorioso ritorno in Serie A dopo 34 anni, ha visto invece fin troppi bocconi amari da ingoiare. Così è stata anche la stagione delle trasferte negate. E, sono convinto, anche questo sia il male del calcio italiano. Un calcio che perde contatto con i tifosi, non è più uno sport.
Solo quattro trasferte libere su diciannove in campionato. Un dato che basta da solo a farci capire il problema. Perché il punto, ormai, va oltre il singolo caso. Il caso del Pisa è l’ennesimo emblema di un calcio italiano che continua a trattare il tifo come un fastidio da contenere, non come una parte viva dello spettacolo.
La frattura si era aperta dopo gli scontri del 18 Ottobre 2025 in via Piave, prima di Pisa-Hellas Verona. Il 21 Ottobre è arrivato il provvedimento firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: tre mesi di stop alle trasferte per le tifoserie di Pisa e Verona, chiusura dei settori ospiti e divieto di vendita dei biglietti ai residenti nelle province interessate. Una misura difficile da digerire, anche perché qual è il motivo di colpire tutti per delle colpe di pochi, tra l’altro al di fuori dell’orario di partita, e per un attacco frontale da parte di teppisti di Verona che hanno eluso la scarsa sorveglianza per mettere a ferro e fuoco un quartiere di un’altra città. Insomma, una città umiliata e anche presa in giro da una misura poi revocata a Dicembre con un nuovo decreto, dopo la richiesta di riesame presentata dalla Lega Serie A e sostenuta dai club nerazzurro, senza contare i ricorsi al Tar di tifosi e istituzioni. Un cortocircuito istituzionale che la dice lunga sui problemi di questo paese sportivo.
Ma il danno, sportivo e culturale, era già evidente. Pensare che la maggior parte delle trasferte libere è stata dopo la sospensione del provvedimento. Prima infatti solo Bologna era stata concessa, dopo il provvedimento i tifosi hanno potuto vivere altre tre esperienze da Serie A. Con l’unica possibilità di andare in un grande stadio liberamente a Milano con l’Inter. Tra l’altro applauditi dalla tifoseria avversaria per il grande tifo espresso nonostante le sei reti subite e il nuovo coro presentato. Così Pisa ha dovuto vivere intere partite senza il proprio seguito. Viaggi saltati. Biglietti mai comprati o rimasti sospesi. Programmi cancellati, senza parlare della incredibile mala gestione della prima trasferta di Milano, quella del cortocircuito burocratico dopo i fatti di Verona. Il sindaco Michele Conti aveva parlato di “provvedimento ingiusto che punisce la tifoseria in modo sproporzionato”. Come poi fortunatamente fu comprovato, ormai però con due mesi di divieto sulle spalle, dalla rimozione del provvedimento in anticipo.
Una trasferta però non può essere un premio concesso ai tifosi. E’ un diritto, dovrebbe essere una parte normale del calcio. C’è chi parte all’alba, prende ferie, spende soldi, fa ore di treno o di pullman, arriva in una città lontana e canta per novanta minuti. Bloccare tutto per “motivi di ordine pubblico”, anche quando ci sono strumenti per identificare, controllare e isolare i responsabili, significa ammettere una sconfitta. Ormai non c’è più rispetto, come lo dimostra anche lo scorso anno quando tanti tifosi furono fermati già in viaggio alla morte del Papa, senza alcun rispetto.
La Tessera del Tifoso, o fidelity card, doveva essere lo strumento per distinguere, prevenire, permettere l’accesso in sicurezza. In troppe occasioni, invece, si è rivelata inutile. Si chiede ai tifosi di registrarsi, farsi schedare, rispettare procedure, accettare vincoli. Poi, quando arriva la partita considerata a rischio, si chiude comunque il settore ospiti o si vieta la vendita ai residenti. È una contraddizione enorme. E rende lo strumento solo una pagliacciata. E se l’anno prossimo, se piove di quel che tuona, dovesse essere confermata l’indiscrezione che vuole un utilizzo ancora più massiccio di questo strumento… non ci voglio neanche pensare.

Il paradosso è ancora più amaro per una piazza come Pisa. Una tifoseria che ha seguito la squadra ovunque per anni, anche in categorie inferiori, si è ritrovata in Serie A con molte porte chiuse. Proprio nell’anno più atteso, quello del ritorno nei grandi stadi, il diritto di esserci è stato ridotto a eccezione. Bologna, Udine, San Siro contro l’Inter, Genova. Poche immagini da mettere nell’album di una stagione che, almeno sugli spalti, avrebbe meritato altro.
Forse questo Stato, questo calcio dovrebbe svegliarsi. Come si può continuare ad alimentare la fiammella della passione se lo spettacolo è così triste in campo e se si continuano a colpire tutte le tifoserie? La Serie A vende il proprio prodotto per i petrodollari arabi come un grande evento, ma poi limita una delle sue componenti più autentiche.
Insomma, le trasferte libere non dovrebbero essere una concessione. Ci interroghiamo tanto sul perché l’Italia non si sia qualificata per la terza volta ai Mondiali. Non è certo colpa della pirateria, ma anche le trasferte sono parte del problema di questo calcio malato.



