La sofferenza che si percepisce nell’aria è tangibile, la si può quasi toccare. E fa male. Troppo. Sarebbe bastato retrocedere con una maggiore dignità, consapevolezza e anche con una comunicazione diversa e con scelte altrettanto diverse. È bastato così poco e così tanti errori perché il castello di certezze nerazzurre iniziasse a scricchiolare, fino a crollare sotto il peso di una realtà sportiva impietosa. Le parole di Alexander Knaster, rilasciate in quella lunga intervista che avrebbe dovuto tracciare la rotta del futuro, oggi risuonano distanti, quasi sfocate e meritano una rilettura. Se l’obiettivo resta quello di trasformare il Pisa in un modello di “calcio industriale” all’avanguardia, la retrocessione anticipata, i fatti di Cremona e il clima che si respira in città ci dicono che la macchina si è inceppata. E non per un guasto meccanico, ma per un’assenza di anima e di empatia. Fallire era una possibilità, ma non in questo modo così rumoroso. Tanto rumoroso da fare male alle orecchie, fino a diventare imbarazzante silenzio dopo la sconfitta con la Cremonese.
SENZA UN “PRODOTTO CALCIO VINCENTE, IL CALCIO INDUSTRIALE FALLISCE – Riprendiamo gli stilemi del “calcio industriale” che, occorre dirlo, non è ovviamente il male assoluto: è business, fatturato, innovazione e gestione dei club come aziende. E per Pisa non può che essere una fortuna. Ma nel calcio, a differenza di una fabbrica di microchip, il “prodotto” finale non è solo un bilancio in attivo, ma il risultato sul campo e l’identità con la propria gente. In questo anno calcistico, il Pisa ha mostrato troppe problematiche evidenti, collezionando “figure” sportive che la piazza non meritava. Sì, la retrocessione ci permette di vivere senza ansia il futuro, certi che la proprietà saprà far fronte alle problematiche. E di questo dobbiamo essere felici. E sì, abbiamo vissuto anni peggiori, tra fallimenti e categorie infime (Io stesso ho iniziato a seguire il Pisa da bambino nel 1996, in Serie C2 e ho iniziato a raccontarlo da giornalista nel 2009, in Serie D), ma la ferita odierna brucia in modo diverso. Senza però un “prodotto calcio” vincente però il calcio industriale fallisce. La sensazione è stata che il risultato sarebbe stato lo stesso, con l’ultimo posto, se questi 40 milioni spesi nel calciomercato di quest’anno non fossero stati spesi.
UNA FRATTURA DA RICUCIRE CON MOLTA FATICA – C’è poi la ferita di chi si sente tradito da una gestione che non è riuscita a fare quanto mi ero auspicato nell’ormai famigerato articolo sul “provincialismo”. Lì mi auspicavo il connubio perfetto, un’utopia nella quale il tifoso potesse venire incontro alla società e viceversa, che si potesse anche parlare la lingua del tifoso. Purtroppo però la società, nel momento peggiore, anche di fronte al fallimento sportivo, ai prezzi degli abbonamenti, percepiti come un distacco elitario dalla base popolare, ha dimostrato una incapacità cronica di comunicare con partecipazione, del quale non può bastare solo il mea culpa dovuto di Giovanni Corrado dopo il Lecce, l’unico che finora si è messo a nudo. In questo scenario, l’unico elemento di coerenza è arrivato dalla Curva Nord. I tifosi hanno aspettato, rispettosamente e con dignità, sostenendo la maglia fino all’ultimo respiro, finché la matematica non ha sancito la caduta. Mentre la società si arroccava dietro concetti astratti, la Curva ha dimostrato cosa significhi realmente appartenenza, separando il sostegno alla fede dall’analisi (impietosa) della gestione.
L’EMPATIA ZERO E LA SENSAZIONE CHE IL SENTIMENTO DELLA PIAZZA NON CONTI NIENTE – A peggiorare il quadro sono stati due fatti: aver lasciato in panchina Oscar Hiljemark e le recenti uscite mediatiche. Partendo dal secondo tema l‘intervista del presidente Giuseppe Corrado a Radio Sportiva è stata un esempio di “empatia zero”. Citare la “serenità” come stato d’animo dominante mentre la squadra toccava il fondo è sembrato un affronto a chi, per quei colori, soffre davvero. E dispiace perché il presidente era sicuramente in difficoltà e, sono sicuro, non aveva intenzione di mandare questo messaggio, ma ha perso l’occasione per mostrarsi vulnerabile, un fatto che non sarebbe stato segno di debolezza, ma l’avrebbe avvicinato a tutti coloro che stanno soffrendo. Definire la retrocessione quasi come un evento “nelle aspettative” o un passaggio per il futuro progetto svilisce il valore della categoria e il sentimento della piazza, ma manda anche un messaggio sbagliato. Il progetto può anche andare avanti, ma se perde il contatto con la realtà emotiva dei tifosi, diventa un esercizio burocratico privo di senso e se non può esistere il calcio industriale senza i risultati, di sicuro non può esistere senza i suoi clienti principali, i tifosi. Ed è qui che si parla del mancato esonero di Oscar Hiljemark. Che avrebbe ben più di un senso. Poiché nonostante ormai tutti gli addetti ai lavori sappiano che il Pisa la prossima stagione avrà un nuovo allenatore e lo sta già cercando, forse sarebbe stato necessario dare questo segnale anche alla piazza, lasciando un traghettatore per una, due o più partite, cosa che finora non è avvenuta. Così non si è tenuto affatto conto delle critiche, da parte di tutti, anche dei più ottimisti, tanto che vi è stata una profonda disaffezione. A Cremona così il Pisa ha toccato il punto più basso di un’involuzione che parte da lontano.
GABBANINI PER RICOSTRUIRE DALLE MACERIE – Ora la Serie B non è più un porto sicuro o un dato scontato, ma un campo di battaglia da riconquistare con una mentalità totalmente diversa. Quest’estate non assisteremo solo a un normale calciomercato, ma alla fine di un ciclo. Probabilmente è finito soprattutto il modo di “fare calcio” visto finora sotto l’ombra della Torre. Leonardo Gabbanini, il nuovo direttore sportivo, si trova davanti a un compito titanico. È lui l’uomo scelto dalla proprietà per dimostrare ai tifosi che le ambizioni sono immutate, concentrandosi sulla ristrutturazione e la rifondazione. Cambiando anche la filosofia gestionale. Servirà una profonda “pulizia” interna con oltre 40 giocatori da sfoltire e una nuova visione che sappia coniugare le ambizioni industriali di Knaster con la necessità viscerale di fare punti e rispettare la piazza. Ricomporre la frattura tra società e tifoseria non sarà una passeggiata. Servirà fatica, sudore e, soprattutto, la capacità di tornare a parlare con umiltà a una città che chiede solo di essere rispettata. Il nuovo ciclo deve nascere dalle ceneri di una stagione fallimentare, con la consapevolezza che il calcio industriale, senza i risultati e senza il cuore dei suoi tifosi, è solo un guscio vuoto. E Pisa non merita di essere un guscio vuoto.



